Thomas Hardy, tra Medioevo e crisi della modernità

unknownMi fa sempre grande piacere poter scrivere di una delle più importanti penne della letteratura vittoriana, Thomas Hardy (Upper Bockhampton (oggi Higher Bockhampton) 2 giugno 1840, Dorchester, 11 gennaio 1928), autore di grandissimi capolavori come The Mayor of Casterbridge (1886, “Il sindaco di Casterbridge”), Tess of the D’Urbervilles (1891, “Tess dei D’Urberville”) e Jude The Obscure (1896, “Jude l’Oscuro”, suo ultimo romanzo, in quanto la chiusura mentale della società vittoriana era troppo per l’autore britannico).

Nato nel Dorset, contea del sudovest dell’Inghilterra, divenne apprendista di un architetto (l’architettura, specialmente i resti romani, sono un elemento ricorrente nella sua opera), ma si trasferì a Londra per coltivare le sue ambizioni letterari. Il suo esordio avviene in un contesto particolarmente complicato per la basi morali ed epistemologiche della società inglese: il geologo scozzese Charles Lyell, nella sua monumentale opera “Principi di geologia” (Principles of Geology, 1830), aveva messo in dubbio il Diluvio Universale e il colpo finale ai secolari dogmi biblici era arrivato nel 1860 con il celebre saggio di Darwin On Origin of Species (“Sull’origine delle specie”), che aveva introdotto la celebre teoria dell’evoluzione e, soprattutto, la nozione della sopravvivenza delle specie più idonee, un elemento essenziale che ritornerà in Hardy.  

scrittore-thomas-hardy-1Se nello scrittore sopravviva un afflato cristiano, le opere di Lyell e Darwin spensero in lui qualsiasi manifestazione religiosa. La sua opera è contraddistinta dall’azione di un Immanent Will, un destino, una forza immanente, priva di qualsiasi interesse verso l’umanità, mediata dalla cieca forza di schopenaueriana memoria. Il natio Dorset diventa, nei romanzi di Hardy, l’antico Wessex, il nome che la contea aveva in età anglosassone. È di matrice precristiana anche l’elemento fatalistico che si manifesta nei testi hardiani, molto simile alla Wyrd, il fato nel mondo antico inglese. Hardy ha così costruito un microcosmo fuori dal mondo moderno, tecnologico e industrializzato, dominato da credenze e riti precristiani, rifacendosi all’alto Medioevo inglese. 

The Mayor of Casterbridge inizia in un modo assolutamente inaspettato: Michael Henchard, un giovane agricoltore, vende, completamente ubriaco, moglie e figlia a una fiera. Quando si rende conto di ciò che ha fatto è troppo tardi e si ripromette di non toccare più alcol finché vivrà. Ma il destino, che come è già stato osservato è elemento imprescindibile della narrativa hardiana, si manifesta: Henchard è un uomo di successo, virtuoso, attaccato ai riti della sua terra e sindaco di Casterbridge, quando ritornano sua moglie e sua figlia, assieme a un rivale, lo scozzese Donald Farfrae, che incarna i valori del mondo industrializzato. Da qui inizia la fine di Henchard, di cui Hardy studia la sua resilienza e la sua umanità (da qui il sottotitolo: “vita e morte di un uomo di carattere”).

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Nastassja Kinski protagonista del film “Tess” di Roman Polański (1979)

Tess è il grande capolavoro di Hardy. La tragedia è scatenata dal desiderio di scalata sociale della famiglia Durbyfield: su suggerimento del pastore anglicano del luogo, il capofamiglia John Durbyfield è convinto che la sua famiglia sia imparentata con i D’Urberville, una famiglia anglo-normanna da tempo estinta. La sorte avversa si scatena sulla protagonista, Tess, figura assimilata alla Madre Terra dei culti precristiani, vittima di stupro e segnata dalla perdita della figlia, significativamente battezzata Sorrow (“dolore”). Una donna pura che, vittima di un fato e di una società priva di scrupoli, non può che soccombere.

È opportuno, a mio parere, svolgere delle riflessioni aggiuntive sulla portata dell’opera di Thomas Hardy a livello europeo: lo scrittore inglese tratta temi e impiega stilemi che non si distanziano da Giacomo Leopardi e Giovanni Verga. Il Recanatese è celebre per la sua Natura maligna, la quale si cura soltanto di se stessa, come dice al viaggiatore islandese nella celebre operetta morale; lo scrittore siciliano condanna il tentativo di migliorare la propria condizione sociale, in quanto si rischia di essere vinti dalla vita (come insegnano I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo e come è ben sintetizzato dall’ideale dell’ostrica nella novella Fantasticheria).

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 11th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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