Una mostra al MoMA per riflettere sulla vita dei profughi

1-1Mentre le nostre vite, le nostre esistenze scorrono con i soliti affanni alla ricerca di un senso prettamente personale ed egocentrico, c’è chi si chiede come sia la vita di chi scappa dal proprio paese alla ricerca di un posto migliore e nel domandarselo prova a sensibilizzare tutti gli altri.

È il caso del designer e architetto Sean Anderson, curatore della mostra intitolata Insecurities: tracing displacement and shelter che si terrà fino al 22 gennaio presso il Museum of modern art di New York. Questa esposizione nasce dal desiderio di sensibilizzare e quindi far riflettere su una realtà che appartiene al mondo intero, quella della guerra e dei moltissimi di profughi, più di 65 milioni, che cercano un rifugio da un essere umano malvagio.

Al MoMA, in cui è stata allestita la mostra, è possibile osservare fotografie, installazioni e video che hanno l’intento di far intraprendere un viaggio al pubblico all’interno una realtà terribile come quella dei campi profughi. Chi visita la mostra ha la possibilità di comprendere da “vicino” cosa comporta la condizione di profugo che vive in una sorta di apolidia, privo quindi di una qualsiasi forma di cittadinanza che in qualche modo lo faccia sentire parte di qualcosa di più grande che lo possa proteggere.

Il dato più terribile è quello che proviene dalle Nazioni Unite che indica la media di permanenza di un profugo nei campi: 17 anni!

Con un salto di qualità empatico e provando ad immedesimarsi nella condizione di vita di queste persone che hanno conosciuto l’odio e la malvagità nello sguardo di un altro essere umano, come vi sentireste ad aver trovato come “salvezza” delle tende in cui rifugiarsi per 17 anni? Perché queste sono le uniche soluzioni al momento ideate – un momento lungo una vita. Le tende poi non sono nemmeno troppo sicure, basti pensare a quelle che l’Ikea, insieme allo studio Better shelter e l’Altro commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha ideato: un modulo di 17 metri quadri montabile in otto ore. Uno di questo è ora esposto al MoMA al fine di scatenare un risveglio delle coscienze dei singoli, perché queste tende sono sì più resistenti rispetto ad altre utilizzate per ospitare i profughi, ma sono state scoperte dai tecnici del comune di Zurigo, altamente infiammabili.

Da qui forse il titolo paradossale della mostra, perché il rifugio, in quanto tale, dovrebbe svolgere la funzione di protezione, invece questi si rivelano notevolmente insicuri. È una dicotomia deleteria quella che intercorre tra ciò che dovrebbe fornire protezione e ciò che invece si rivela mettere in pericolo vite già di per sé difficili.

2-1A questo aspetto paradossale, si aggiunge un altro interrogativo che cela la sua natura retorica attraverso le opere esposte nella mostra. Sean Anderson si chiede infatti se abbia senso che una multinazionale come l’Ikea, che si presenta come popolare, debba inserire necessariamente la vendita dei moduli per i campi profughi precedentemente descritti, all’interno del proprio business plan. In quanto individui, in quanto esseri umani, non dovremmo avere l’obbligo morale di proteggere e quindi accogliere degnamente chi cerca un riparo dalla guerra che distrugge le loro vite?
Sembra invece che l’onorevole intenzione di dare riparo ai profughi si presenti di nuovo sotto la luce del profitto personale.

Sono questi gli interrogativi a cui si è ispirato l’architetto per allestire la mostra, che parla attraverso opere emblematiche come quella dell’artista Reena Saini Kallat intitolata Woven chronicle, che mostra su un pannello i viaggi affrontati dai migranti. Viaggi rappresentati da fili elettrici che tagliano i continenti, che indicano la difficoltà e l’incognita a cui vanno incontro questi tanti profughi.

L’idea di organizzare questa mostra è nata dalle missioni che lo stesso Anderson ha effettuato nei campi profughi, ad esempio in quello dello Sri Lank, o quello in Iraq e a Lampedusa. Dagli incontri in prima persona con queste realtà che raramente siamo avvezzi conoscere, l’architetto ha deciso di organizzare una mostra che avesse l’intento di muovere le coscienze rappresentando la vita dei profughi che scappano in nome della speranza. In questo modo – spiega il curatore – l’arte e il museo possono essere utilizzati per portare avanti una causa, quella della sensibilizzazione.

Non bisogna dimenticare che la profondità dell’arte risiede nella possibilità che concede di rappresentare realtà altrimenti relegate nell’oblio o a qualche breve servizio in televisione, perché la verità è proprio questa: ci diciamo attenti ai problemi sociali, ai problemi mondiali, ma quanti in realtà sono propensi a documentarsi quotidianamente, ad aprire la mente alla riflessione e il cuore all’accoglienza?

Insecurities: tracing displacement and shelter
A cura di  Sean Anderson
MoMA – Museum of Modern Art, New York
Fino al 22 gennaio

Vanessa Romani per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 11th, 2017 in Articoli Recenti, Mostre, Society

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