Adam Harvey, l’artista americano paladino della privacy

prototype-33c3-1Che per la privacy i tempi siano duri si sa: ormai abbiamo tutti sbattuto la faccia contro il fatto che internet, il grande portatore di libertà, in verità non ha fatto altro che andare ad aiutare il monitoraggio/controllo delle vite umane, coadiuvato dal progresso tecnologico in generale. Da queste parti poi, in questi giorni è decisamente meglio non parlare di privacy: abbiamo da poco scoperto che l’ingegnere nucleare Giulio Occhionero e la sorella Francesca Maria, due personaggi romani dell’alta finanza ma risiedenti a Londra (due cervelli letteralmente in fuga insomma) avevano creato una centrale di cyberspionaggio che da anni spiava le più alte cariche statali, i siti istituzionali e quelli delle grandi aziende, ma anche personaggi della finanza e della massoneria. Renzi, Monti, Draghi sono solo tre dei tanti personaggi tenuti sotto stretto controllo. I due fratelli Occhionero sono riusciti ad intrufolarsi nei computer e nei sistemi altrui grazie ad un malware inviato via mail: insomma, il dubbio sorge spontaneo, ovvero questi due sono riusciti ad agire indisturbati per anni grazie alla loro abilità o sfruttando l’ignoranza tecnologica molto diffusa in Italia?

Nessuno dunque è al sicuro, o meglio, non lo sono nemmeno le più alte cariche dello stato, perché di certo a noi comuni mortali non entreranno nei computer per rubarci i dati riguardanti le ricerche di foto di gattini, ma siamo comunque controllati a vista con finalità commerciali: ciò che apprezziamo sul web, fornisce dati preziosissimi che spingerà le aziende, attraverso i vari canali social, a presentare un’offerta merceologica e di vendita mirata. E come se non bastasse, siamo costantemente filmati002_m-1, ogni nostra mossa passa sotto telecamere di sicurezza e riprese satellitari: tutto ciò è per la nostra sicurezza o è la realizzazione del sogno distopico di George Orwell?

C’è un artista americano residente a Berlino, che ha fatto del tema della privacy il fulcro della propria indagine artistica, unendo all’estro le sue competenze informatiche. Il suo nome è Adam Harvey e il suo obiettivo è in particolare produrre sistemi alternativi che contrastino gli algoritmi di riconoscimento facciale. Il suo ultimo progetto, presentato all’ultimo Chaos Communication Congress di Amburgo, si chiama Hyperface ed è un tessuto il cui pattern è in grado di mandare in crisi i sistemi di rilevamento facciale, fornendo troppe informazioni al sistema che quindi non è in grado di comprendere l’identità della persona. Questo tessuto può essere utile sui social ma anche nella vita quotidiana, dove il riconoscimento facciale e oculare a breve saranno una realtà (già Amazon si sta attrezzando in tale senso nei suoi negozi, così da osservare i consumi e quindi formulare proposte commerciali ad hoc).

Come ho spiegato in precedenti progetti si può cambiare il modo in cui si appare, è vero. Ma c’è anche l’opportunità di modificare il background, cioè le cose che ci sono vicine, che ci circondano e che possono, anch’esse, influenzare l’attendibilità delle rilevazioni effettuate da un computer.

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CV Dazzle e Hyperface

Hyperface non è dunque il primo esperimento attuato da Adam Harvey per quanto riguarda la protezione dell’identità, infatti nel 2010 aveva proposto con CV Dazzle consigli di trucco e parrucco per essere “irriconoscibili”, proseguendo nel 2013 con sistemi anti-droni e per proteggere lo smartphone da eventuali attacchi esterni. La sua è una battaglia faticosa volta a sensibilizzare il senso comune su quanto effettivamente siamo liberi e quanto no: è possibile un mondo dove una vita lecita e rispettosa possa trascorrere nell’anonimato? È ormai troppo chiedere che i propri gusti e i propri acquisti non seguano un algoritmo ma siano variabili e improvvisati? Probabilmente no, ma forse una sciarpa ci salverà.

 

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 11th, 2017 in Articoli Recenti, Carlotta Tosoni, L'Editoriale, Visual & Performing ARTs

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