Zygmunt Bauman e quella società liquida dai consumi culturali onnivori

Zygmunt Bauman ci ha lasciato ieri, 9 gennaio 2017, all’età di 91 anni, destando il sentito cordoglio di tutta la società culturale che sempre lo ha ammirato, letto e studiato.

baumanSolo lo scorso anno aveva pubblicato un nuovo saggio, simbolo della sua sempre florida e arguta attività intellettuale. Approfondendo i temi che hanno occupato la sua indagine negli ultimi anni, affrontava un altro annoso problema delle società in cui ci troviamo a vivere: i prodotti di cultura e la loro nuova usufruibilità per l’utente.

Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi, edito Laterza, cerca di affrontare il tema della cultura e dei suoi prodotti in quella società da lui definita, con un neologismo di grande successo, liquida.

La società liquida è quella in cui viviamo: si apre, nella visione del sociologo, in quel periodo che chiamiamo post-modernismo. Come ogni definizione terminologica temporale, soprattutto di tempi che stiamo ancora vivendo e in cui siamo totalmente immersi, è molto vaga e racchiude diverse sfaccettature della società: architettura, pittura o letteratura possono vantare tutte un periodo post-modernista.

Ma, al di là di classificazioni di poco conto, la tesi di Zygmunt Bauman è che oggi la nostra società è liquida in quanto priva di strutture, di elementi fissati, di certezze.

In questo dissolversi di sicurezze anche lo Stato, come garante dei diritti di una comunità, viene sempre meno: individualismo e soggettivismo divengono le malattie di una società che non riesce più a garantire i diritti e valori.

E quindi, per soggetti che hanno perso qualsiasi valore morale, il valore economico diventa il tratto distintivo: è il consumismo imperante che ingloba ogni singolo aspetto della nostra vita.

Il tratto distintivo di questa smania del comprare e dell’apparire ha anche un tratto specifico: una volta che il singolo riesce ad appagare il proprio desiderio comprando un oggetto tanto ambito e ammirato, esso diventa quasi immediatamente obsoleto. Basta osservare come si siano evoluti gli smartphone nell’ultima decina di anni, o le nostre televisioni: aggeggi sempre più sottili, più smart, più recettivi ai comandi vocali e così via. Con un costante incremento di pezzo, ovviamente. Certo, la tecnologia corre veloce. Ma è anche l’uomo, tecnico per evoluzione, a incrementare sempre di più le sue conoscenze in modo, in seconda battuta, da creare un nuovo modello di iPhone ogni anno.

Tutti questi acquisti, questa smania da Mazzarò verghiano, diventano solo un continuo accumulo vizioso senza scopo alcuno. Se non l’apparenza che, a ben vedere, arricchisce di poco il cielo stellato della nostra morale.

E la cultura, in tutto ciò, dove si colloca?

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Tutto è arte?

Bauman, in questo saggio di recente uscita, coglie bene la tendenza di questo secolo, che già era già stata individuata senza troppo sforzo da un artista come Andy Warhol:

Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti.

Il che se da un lato indica la fugacità di questo tempo, d’altro canto esplicita senza troppi arabeschi la tendenza alla perdita di significato del prodotto artistico. Alla fine, in un mondo dove mancano segni che possano dire qualcosa, dove tutto è stato detto e Duchamp ha già rovesciato la sua fontana, tutto può essere arte. E, alla fine, nessuna arte è più davvero attuabile.

Anche i prodotti culturali, oggi, sono mercificati: c’è una tendenza all’accumulo, una ricerca continua nel nuovo che immediatamente stufa. Un frenetico tramestio di arte e artisti che, però, alla fine non lasciano segno alcuno nella storia del mondo.

La cultura di oggi è fatta di offerte, non di norme.

Zygmunt  Bauman

Come vengono meno le norme in ogni aspetto della società, così nella cultura non vi sono più regole fisse, normatività tanto care a Virtruvio. Tutto è, essenzialmente, commercio.

Non vi è più un’idea cultura che poteva essere quella illuministica, o quella della Paideia greca: non si deve più nobilitare l’uomo, insegnarli qualcosa, arricchire il suo bagaglio culturale.

Vale molto di più l’inedia a cui si abbandonano oggi i nuovi sedicenti amanti dell’arte, mollemente seduti su sedie di design costosissime, leggendo cataloghi di mostre a cui sono andati solo per arricchire la propria collezione di raffinati intellettuali.

Non c’è più il coglimento del prodotto artistico in quanto tale, la sublime bellezza di un quadro, l’estraniante osservazione attenta di una statua.
Le mode vanno troppo veloci per potersi godere un’istante di eternità con un prodotto artistico.

Il segno distintivo che connota l’appartenenza a una élite culturale sono oggi un massimo di tolleranza e un minimo di schizzinosità. Lo snobismo culturale consiste nella negazione ostentata dello snobismo. Il principio dell’elitismo culturale sta nella sua capacità di essere onnivoro, cioè di sentirsi di casa in qualunque ambiente culturale senza considerarne nessuno come casa propria, e ancor meno l’unica casa propria.

Zygmunt  Bauman

Dovremmo imparare, invece, a selezionare. Non tutto è arte, non tutto è cultura, non tutto ciò che la moda impone è perfetto.

È morto Zygmunt Bauman, il grande sociologo che ci illuminò sul terrorismo
Z. Bauman

Baudelaire, in Il pittore della vita moderna del 1859, vedeva nella moda una rappresentazione del suo tempo, un modo in cui l’arte si declina in forme particolari. Certo, vi è un elemento eterno ed invariabile del bello: ma ciò non toglie che la singolarità della moda non possa cogliere il bello eterno. Anzi, è proprio la singolarità del prodotto relativistico prodotto dall’inseguimento delle mode del proprio tempo può renderci più accessibile un bello eterno. Proprio perché, in realtà, è la duplicità dell’essere umano a rendere così ricco di sfaccettature il mondo artistico: anima e corpo ci lasciano sempre in bilico, incapaci di cogliere il bello eterno e ideale tanto auspicato da Platone ma nemmeno capaci di rimane a osservare e replicare solo la bellezza della natura.

Da un alto è normale, quasi fisiologico, che l’umano segua le indicazioni del proprio tempo. D’altro canto, è sbagliato adeguarsi a tal punto al proprio tempo fino a perdere una propria capacità critica.

Perché, in un mondo in cui l’uomo è onnivoro, finirà per non riconoscere più nemmeno la propria cultura. Le proprie radici.

E un uomo senza radici culturali, senza diritti e senza speranze in una società senza elementi fissi può ancora definirsi tale?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 10th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing, Marta Merigo, Philo

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