La collezione di Cornelius Gurlitt sarà donata al Kunstmuseum di Berna: ma da dove arrivano quelle opere?

img20161215173117541_900_700-1Il tribunale di Monaco di Baviera ha dato il via libera: il testamento di Cornelius Gurlitt può essere eseguito. Perciò la sua collezione composta da oltre mille capolavori realizzati a tra il XIX e XX secolo di artisti come Monet, Picasso o Degas, per fare qualche esempio, sarà donata alla Kunstmuseum di Berna come da sua volontà, infatti il tribunale ha respinto il ricorso di una cugina che sosteneva che il testamento fosse stato estorto al collezionista.

Seppure la notizia sia molto interessante dal punto di vista artistico/culturale e ci fa già immaginare come il museo della Capitale Svizzera potrà divenire uno dei più importanti d’Europa, qualcosa frena l’entusiasmo. Quel qualcosa è molto semplice: l’origine di quelle opere. Una collezione valutata circa un miliardo di euro non è facile da creare, soprattutto se per ottant’anni è stata nascosta ed è stata scoperta dalle autorità tedesche dopo un controllo fiscale.

Per interpretare il vero significato che si cela dietro a questa collezione tanto incredibile quanta mastodontica, bisogna dunque capire chi era Cornelius Gurlitt (28 dicembre 1932 – 6 maggio 2014) e da dove arrivano quelle opere. Cornelius era il figlio di Hildebrand Gurlitt, mercante d’arte molto vicino a Goering ma soprattutto a Hitler. Fu chiamato a collaborare innanzi tutto per la creazione a Linz di un museo finalizzato ad esaltare il Terzo Reich, ma anche per riconoscere e contrastare la cosiddetta “arte degenerata” e per confiscare alle famiglie ebree tutte le opere d’arte di valore di loro proprietà. Queste ultime, scomparse durante quel periodo, sono un numero inquantificabile, molte delle quali disperse, scomparse e delle quali probabilmente nemmeno se ne conosce l’esistenza, ma ben 1500 risiedevano nella dimora dei Gurlitt, prima di Hildebrand (che ne ritornò in possesso subito dopo la Guerra nonostante le denunce degli Alleati circa l’appropriazione indebita), poi di Cornelius: quest’ultimo ha dedicato la sua vita ad una semplice missione, ovvero nascondere con tutte le proprie forze quella collezione, a qualunque costo. Ora alcuni eredi reclamano la proprietà delle opere (sono già stati restituiti un Matisse ed un Lieberman), poiché i quadri vennero sostanzialmente sottratti o pagati una cifra ridicola, e ovviamente non ci stanno nel vedere le proprie opere venire appese al muro di un museo è lì rimanervi per sempre, divenendo sì di tutti, ma giunte in quel luogo in maniera illecita.

la-vera-storia-di-cornelius-gurlitt-e-dei-1-406-capolavori-sottratti-agli-ebrei-620x372-1Perciò, data questa situazione molto poco chiara, la dirigenza del museo di Berna ha deciso di rallentare il passaggio dei quadri, accettando solo quelli precedenti al periodo delle confische naziste e facendo un inventario di tutte le opere rimanenti, provando a restituire ai legittimi proprietari quelle di cui si riuscirà a rintracciarne l’origine. Quelle delle quali invece verrà trovata la proprietà verranno esposte al museo. Il lavoro sarà molto lungo e complicato: basti pensare che da un precedente lavoro in tal senso svolto in Germania, dei 499 quadri sospettati di essere stati estorti dai nazisti, si è risaliti alla proprietà solo di 11.

Cornelius Gurlitt ha difeso con le unghie e con i denti la propria collezione e non credo avesse sperato in una restituzione ai legittimi proprietari delle opere. Ha passato una vita chiuso nella sua casa di Monaco, senza ricevere, uscire, relazionarsi, vendendo qualche quadro minore di tanto in tanto per sopravvivere, senza mai lavorare. Fu proprio questo a mettere in allarme le autorità: ad un banale controllo fu trovato con 9 mila euro in contanti, fatto molto sospetto per un uomo di 78 anni che mai aveva lavorato nella vita (e che tra l’altro non aveva mai richiesto sussidi). Una volta scoperchiato il vaso di Pandora, si è cominciato a ricostruire una storia lunga e dolorosa. Pare strano che Cornelius abbia ceduto questo tesoro nascosto a fatica ad un museo: che forse volesse “pulirsi” la coscienza e rendere di tutti queste opere? Oppure ne voleva dimostrare la validità? Chissà, di certo c’è che la sua collezione, nonostante i suoi desideri, verrà smembrata e i quadri torneranno nelle loro giuste collocazioni.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 10th, 2017 in Articoli Recenti, Carlotta Tosoni, L'Editoriale, Visual & Performing ARTs

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