Fake news: quando il falso fa notizia

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Fake news: quando il falso fa notizia

shutterstock_212116750-e1479401971146Come distinguere se ci troviamo di fronte a un caso di Fake news? Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile porsi il problema di verificare la veridicità delle notizie su un mezzo di comunicazione di massa, invece oggi, di cosiddette “bufale” ne girano a centinaia su internet; il problema vero sta però in chi a quest’ultime ci crede. Molto spesso si sente citare fenomeni come l’analfabetismo di ritorno, ovvero l’incapacità di comprendere il significato di un testo da parte di un lettore, per spiegare questo fenomeno, ma le cause probabilmente sono più varie e problematiche.

Ultimamente una famosa inchiesta giornalistica, Buzzfeed News, ha gettato qualche luce sui possibili responsabili di questa diffusione di menzogne, i quali chiaramente agiscono per finalità di lucro contando sugli introiti della pubblicità. Il problema più importante però rimane: perché un numero tale di persone “abbocca”? Innanzitutto non va dimenticato mai che il mezzo su cui oggi si propagano le notizie false è internet e specialmente social network come Facebook.

La mancata verifica delle notizie che giungono dal web da parte di alcuni iscritti a piattaforme social potrebbe essere dovuta alla percezione distorta del mezzo informatico, visto come un mondo a parte, staccato dalla realtà e con regole proprie (purtroppo quest’ultime spesso sono molto più permissive delle convenzioni sociali della vita di tutti i giorni). Non stupisce, quindi, che molti navigatori della rete non sentano il bisogno di verificare nel mondo reale ciò che leggono, poiché nella realtà parallela in cui si sentono inseriti, la regola è che basta un numero sufficiente di “mi piace” per rendere una notizia credibile.

Purtroppo, nella maggior parte dei casi, anche imporre un “ritorno alla realtà” non è sufficiente per soffocare la diffusione di queste dicerie; non è quindi importante per il lettore che sia dimostrata la falsità oggettiva di una titolo apparso su una pagina Facebook e condiviso da molti: alla prossima occasione lui condividerà un’altra bufala proveniente dallo stesso sito. Tutto ciò accade poiché le notizie in generale, soprattutto per chi soffre da sindrome di complotto, non sono viste come i punti d’appoggio su cui formare una propria opinione, ma come dimostrazioni di una tesi che si ha già in mente. Questo cortocircuito logico nasce da una convinzione che è, e qui sta l’errore di fondo, indimostrabile: quella secondo cui anche le notizie attestate sono opinabili perché sicuramente manovrate da un potere superiore che ci vuole disinformati.

23640487-misinformation-and-the-spread-of-fake-news-stock-photoIl termine “stoltezza”, in italiano, indica proprio l’atteggiamento di chi dimostra ignoranza mostrandosi avventato nei giudizi e nel formulare conclusioni; chiaramente questa eccessiva sicurezza di sé non favorisce certo l’approfondimento e la verifica delle fonti. In piattaforme in cui chiunque può dire la sua ed è messo sullo stesso piano di un esperto, anche il nostro modo di leggere cambia: iniziamo a paragonare i titoli delle notizie ai commenti: tutto ciò non può che favorire i furbetti del Fatto Quotidiano e di Libero giornale. Anche per chi tenta di farsi un’opinione senza partire da preconcetti, l’approccio alla lettura si è fatto sempre più frammentario: leggiamo tantissime frasi isolate (appunto, titoli, commenti, tweet …), ma raramente affrontiamo la complessità di un testo come un articolo di giornale. La soluzione per scansare la notizie false sembra essere quindi ancora la stessa: leggere, leggere e rileggere.

Daniele Rigamonti per MIfacciodiCultura

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