È morto Zygmunt Bauman, il grande sociologo che ci illuminò sul terrorismo

Immigration: ship frigate Espero patrol Mediterranean SeaZygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato uno dei più rispettati filosofi e sociologi del XX secolo. Le sue pronte analisi sul momento storico che viviamo hanno toccato con acume la questione dei migranti e del terrorismo, i due grossi problemi che stiamo trovando sotto i nostri tristi occhi nell’ultimo interminabile periodo.

L’errore di fondo, per Bauman, si trovava nella tendenza ad associare il terrorismo con l’immigrazione: individuando negli immigrati i possibili terroristi non si fa altro che ostacolare l’integrazione all’interno della società europea e, da qui, la più alta possibilità di creare cellule terroristiche insicure del proprio essere e con un senso di vendetta e rivalsa.

I potenziali rifugiati che si trovano ancora in patria, ovviamente, nel vedere le reazioni degli europei all’arrivo di loro connazionali, potrebbero sentirsi scoraggiati ed evitare di intraprendere il “viaggio della speranza”. Ma, allo stesso tempo, sono proprio lo sconforto e l’afflizione a essere il cibo che alimenta il fenomeno del reclutamento terroristico. Fare leva sulla depressione e sull’avvilimento rende tutto più semplice per l’estremismo e il fondamentalismo.

VEJFFHV34108-U10401519213057V7-U10401523764442EwH-384x380@LaStampa-NAZIONALE-kYwF-U10401523764442EwH-700x394@LaStampa.itLo sbaglio, a detta di Bauman, era partire dal preconcetto e pregiudizio che tutti gli immigrati siano “presunti terroristi fino a prova contraria”. È il fare di tutta l’erba un fascio, vedere gli uomini come massa indistinta senza un’identità individuale. Una perdita di obiettività dalle tragiche conseguenze, come possiamo vedere, che impedisce ai rifugiati di sentirsi uomini accolti tra gli uomini e cittadini di un mondo comune. In sostanza, il vero problema dell’immigrazione e del terrorismo è, oltre alla sovrapposizione dei concetti, il nostro atteggiamento. Non vi è nulla di nuovo sotto al sole, in questo senso, ma l’analisi di Bauman rivela come noi stessi europei conduciamo e accompagniamo i musulmani – soprattutto i giovani – a rendersi consapevoli di una distanza culturale, civile e umana insuperabile. L’inconciliabilità porta quindi a uno spacco sociale, un insormontabile gap nel quale si coltivano tutte le motivazioni che sostentano la lotta terroristica e, come già detto, il reclutamento di nuove leve.

I ragazzi musulmani si sentono colpiti nel loro essere, si sentono sminuiti e umiliati, e scatta un senso di rivendicazione del sé, di quello che si è e della parte di mondo da cui si arriva. E quindi la soluzione? Siamo sempre noi. Noi europei siamo il problema ma potremmo avere anche la ‘soluzione’ (termine comunque da prendere nella sua dovuta instabilità e debolezza) allo stesso problema. Dobbiamo alimentare e mantenere sempre verde un legame e un rapporto tra gli immigrati e la società che li ospita, portare avanti una politica di rispetto reciproco e integrazione culturale.

Non siamo quindi in grado di affrontare il fenomeno dell’immigrazione perché lo male interpretiamo, non lo vediamo nella “giusta” maniera. Non vediamo gli immigrati come possibili vittime. Non siamo noi a essere colpiti dalla situazione: coloro che hanno bisogno di aiuto sono gli immigrati, non siamo noi ad aver bisogno di protezione da loro.

Zygmunt Bauman
Zygmunt Bauman

Ovviamente, la velocità e la grande portata del fenomeno immigratorio hanno incrinato un possibile equilibrio in Stati già di per sé in una situazione precaria: se le persone che vivono all’interno di uno Stato sono le prime ad avere difficoltà nell’organizzare e mantenere in piedi la propria sopravvivenza economica, come possono offrire garanzie a chi giunge da loro chiedendo asilo?

Scatta la xenofobia, il razzismo, la violenza. Si innalzano barriere e muri – come a Idomeni. Si vive nella costante paura dell’altro, delle altre persone, degli uomini che sono prima di tutto esseri umani e che solo successivamente potrebbero diventare terroristi, perché non lo sono né a prescindere né a priori.

Forse lo stesso Bauman, infine, non ha dato una concreta soluzione al problema – cosa che invece ogni Nazione vorrebbe trovare davanti alla porta di casa la mattina appena sveglia –, ma ci ha fornito un’attenta disamina della situazione attuale. Quel che emerge necessariamente però è il bisogno di unione, di comunanza di obiettivi delle diverse società occidentali. La sola cosa che possono fare gli Stati è decidere come reagire a tutto questo, e l’unica strada possibile sembra essere quella dell’integrazione.

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 9th, 2017 in Articoli Recenti, Philo

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