Il crollo della Grande Ungheria: quando una partita può cambiare la storia

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Il crollo della Grande Ungheria: quando una partita può cambiare la storia

Ogni rivoluzione nasce da una scintilla.

Questa frase, poetico incitamento all’azione, è stata resa celebre dalla fortunata saga letteraria Hunger Games, ma in fondo non è che un concetto che da sempre, trito e ritrito, riempie i nostri pensieri, le riflessioni politico-sociali e le pagine dei quotidiani. A ogni evento corrisponde un antefatto, e ad ogni antefatto una causa scatenante che ha a sua volta un punto di derivazione. E tutti gli eventi scoppiano spesso da piccoli episodi, all’apparenza innocui, che però a una successiva, fredda analisi si scoprono fondamentali. Piccole scintille, ma che sanno creare il fuoco.

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Ferenç Puskas

La scintilla in questione viene dal mondo che dalla seconda metà del XIX secolo ha infiammato sempre più i cuori dell’uomo, fino a diventare alle volte il centro della vita stessa: il calcio.

Con l’avvento degli anni ’50, il mondo si ritrova diviso in due parti, che rappresentano due mondi e due ideologie tanto forti quanto decise a prevalere: URSS E USA. Mentre gli americani si preoccuparono, col piano Marshall in primis, di legare a sé tutti gli stati dell’Europa occidentale, l’URSS sfruttò la devastazione lasciata dalla guerra per allungare il proprio manto verso i Balcani e la parte orientale della Mitteleuropa. In ogni stato satellite furono subito istituiti governi fedeli all’URSS, e la situazione rimase stabile, dando a ogni territorio un’istituzione fedele sovietica.

Tuttavia, mentre dall’alto Mosca stabiliva il destino dell’est-Europa, in un piccolo paese da poco liberatosi da un impero per sottostare ad un controllo guardava con ardore un gruppo di undici ragazzi che li faceva sentire in cima al mondo. Il loro nome era Aranycsapat, che nell’incomprensibile lingua parlata in Ungheria significa “la squadra d’oro”. Per sei anni, di cui quattro senza subire alcuna sconfitta, la nazionale di calcio dell’Ungheria dominò incontrastata  gli incontri internazionali, dando spettacolo e giocando un calcio mai visto, con un sistema mai visto e, soprattutto, un giocatore mai visto: un uomo che viveva per il gol e che con il pallone riusciva davvero a fare l’amore. Il suo nome era Ferenç Puskas.

Nel frattempo, il governo ungherese, che iniziava a temere questo amore popolare che faceva sentire vittoriosa la nazione, optò per una subdola quanto geniale strada linea politica: la nazionale fu a poco a poco “statalizzata”, ovvero resa parte del meccanismo di propaganda governativa. Ogni loro vittoria veniva celebrata come un trionfo di tutta l’Ungheria, che il governo aveva saputo rendere forte e rispettata. Nel 1953, la nazionale ungherese umiliò la nazionale inglese sotto gli occhi di decine di migliaia di tifosi inglesi, che assistettero inermi ad una sconfitta clamorosa, con l’Ungheria che andò a segno per ben sei volte. Il governo organizzò una manifestazione di vittoria colossale, come mai l’Ungheria aveva visto. L’entusiasmo toccò vette inimmaginabili, e i problemi quotidiani appartenevano ormai al passato.

Ma nel 1954, tutto ebbe fine: l’Ungheria dorata fu sconfitta contro ogni aspettativa dalla Germania al Mondiale di calcio 1954. La fine di tutto. E nel dire la fine si intende proprio la distruzione della coperta di Linus degli ungheresi, che per la prima volta si riscoprirono nudi e vulnerabili.

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Gli scontri del ’56 a Budapest

A partire da quella partita, che distrusse l’entusiasmo irrefrenabile dello stato, l’Ungheria si avviò alla prima vera rivolta antisovietica organizzata, guidata da Imre Nagy, che nel 1956 organizzò un governo nazionale con l’intento di mettere in pratica quello che dieci anni dopo si sarebbe chiamato socialismo dal volto umano.

La rivolta fu soppressa,  dall’Unione Sovietica, che si mostrò in tutta la sua la forza e in tutta la sua fragilità: per riportare l’ordine infatti mise in campo un dispiegamento di forze esagerato, fatto di 200.000 uomini e 4000 carri armati. Un impiego troppo grande, simbolo di un colosso con i piedi d’argilla che ancora non capiva, ma ben presto si sarebbe reso conto dell’inevitabilità del suo declino.

Dalla rivolta ungherese del ’56, l’URSS diminuì sempre di più la sua presa sugli stati-satellite, arrivando ad accettare prima il socialismo dal volto umano teorizzato dal leader cecoslovacco Dubcek e poi addirittura una riforma interna, con la politica di Perestroika di Gorbaciov, ultimo giro di giostra prima della caduta del muro.

Potrà sembrare strano, ma senza quella sconfitta probabilmente oggi guarderemmo un mondo diverso. È probabile (anzi, certo) che l’Unione Sovietica sarebbe crollata comunque, ma forse in altro modo, senza dover mettere a nudo tutta la debolezza di una fragile potenza. Tutto per una partita. Tutto per una piccola scintilla

Luca Mombellardo per MIfacciodicultura

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