“Amicizia”: il nuovo significato del termine nell’era dei social

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Amicizia: il nuovo significato del termine nell’era dei social

Essere in contatto sui social non rimanda a relazioni d’amicizia intese nel senso tradizionale del termine.

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Aristotele

Limpide e lapidarie, sono state queste alcune delle parole, riportate dal sito Corriere.it, di una delle ultime sentenze emesse dalla Cassazione francese, chiamata a giudicare il caso di un avvocato che, sanzionato dal consiglio del suo ordine, ha contestato i provvedimenti disciplinari sostenendo che le persone le quali hanno denunciato il suo comportamento scorretto fossero “amiche” sui social di alcuni membri del consiglio giudicatore stesso. In altre parole, la persona oggetto di sanzioni disciplinari avrebbe accusato il suo ordine di non aver agito con obiettività e di aver dunque favorito gli “amici” ai suoi danni. Al di là del caso giuridico, quanto stabilito dalla sentenza è molto significativo, perché si mette in luce l’abuso che, nell’era dei social, viene compiuto sistematicamente della parola “amicizia”: essa non denota un legame in “senso stretto”, quanto al più, si legge ancora nella sentenza riportata sempre dal sito del quotidiano, una condivisione “dello stesso centro di interessi”. Più che di “amicizia”, dunque, si dovrebbe parlare di “aggregazione” per definire il legame tra due persone stretto sui social sulla base di interessi simili.

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Platone e Aristotele, particolare della formella del Campanile di Giotto di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze

La definizione di “amicizia” come “stesso centro di interessi” è, oltre che di carattere psicologico e antropologico, filosofico. E dunque proprio sul terreno della filosofia si può discutere della sua correttezza o meno. La discussione, naturalmente, deve iniziare con la domanda: che cos’è l’amicizia? Le prime tesi che tornano alla mente in merito a quel concetto sono, sicuramente, quelle dei Greci. In particolare, per Aristotele l’amicizia è la forma di legame migliore, in certo senso quasi “sacro”, che due uomini possano stringere tra loro, un legame la cui “sacralità” appunto è data dall’attività che essi compiono e che li rende appunto amici: la contemplazione delle verità eterne, vale a dire l’essente in quanto tale, ciò che è possibile solo attraverso la filosofia. Essere amici, dunque, significa per Aristotele filosofare insieme, giungere alla verità “in due”.

Proprio sulla scorta di questa definizione filosofica, quanto stabilito dalla Cassazione francese si rivela allora impreciso: la “vera” amicizia che la sentenza sembra implicitamente richiamare in termini contrastivi rispetto a quella stretta sui social, è, aristotelicamente parlando, sotto un certo aspetto proprio uguale a quella dei social, nel senso che tanto quella reale quanto quella virtuale hanno alla propria base una comunione di interessi. D’altro canto, tuttavia, non si deve pensare che l’una e l’altra siano uguali: esse sono accomunate solo da questo elemento. E ciò perché l'”amicizia” reale ha una componente che la virtuale non ha e non potrà mai avere: la corporeità, o meglio la conoscenza “fisica” degli amici, costituita dagli sguardi malinconici o sornioni, dai sorrisi luminosi o dalla piega seriosa delle labbra, così come dalla voce, ora dal tono ilare ora dal tono meditabondo, e dalle azioni, nella loro imprevedibilità meravigliosa e terribile che disegnano i contorni dell’ente essere umano con cui si è in relazione d’amicizia. E che, in ultima analisi, la renderà sempre preferibile a quella virtuale.

Riccardo Coppola per MIfacciodiCultura

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