Leonardo Sciascia e quella civetta chiamata “mafia”

… Come la civetta quando di giorno compare.

sciascia
Leonardo Sciascia

Era il 1961 e la vita e la fama di Leonardo Sciascia, prima maestro elementare poi scrittore, poeta e saggista, sarebbero state destinate a cambiare grazie alla pubblicazione (Einaudi) della sua opera più radicale e più famosa: Il giorno della civetta. Infatti, è inevitabile associare il nome del grande autore siciliano a questo scritto, la cui esemplarità è stata quella di raccontare del fenomeno mafia, espansosi dalle campagne alle città dell’isola. Un tema scottante, compromettente quasi, ma incredibilmente reale, e ciò inaugurò, da lì in poi, una serie più intensificata di riflessioni sull’argomento da parte di Sciascia. Se ci chiediamo quale senso abbia l’immagine di una civetta, inserita nel titolo ma omessa in tutto il romanzo, la risposta è intuibile: essa rappresenta il passaggio d’azione della mafia dall’ombra, così come l’animale opera di notte, alla luce del giorno, perché ora vi è l’appoggio delle forze politiche. Sciascia trae dall’Enrico IV di Shakespeare la figura della civetta.

d26f2d3a8ff5583681ac68eec63fdc44_xlQuesto caso letterario ha tratto ispirazione dall’assassinio avvenuto nel 1947 del sindacalista comunista Accursio Miraglia, e si apre con l’omicidio di Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa edilizia, con due colpi a lupara. È una mattina qualunque, di un paese qualunque, e quell’uomo stava salendo su un autobus qualunque diretto a Palermo. Si potrebbe dire semplicemente così in questi casi. L’aspetto iniziale è sempre anonimo. Ma siamo in Sicilia, e delle “sorprese” bisogna comunque aspettarsele. E visto che siamo sempre in Sicilia, nessuna delle persone che hanno assistito al fattaccio vorrebbe testimoniare. Questo il primo indice di quell’entità chiamata Mafia. Il personaggio del capitano Bellodi, ufficiale della squadra dei Carabinieri che guida le indagini è ispirato al maggiore e poi generale dei Carabinieri Renato Candida, che Sciascia conosceva di persona. Come accade spesso in questi casi, anche alla luce degli avvenimenti storici siciliani del secolo scorso, Bellodi è una di quelle personalità che in vita sua non vorrà mai lasciare il suo paese, e, nonostante tutto, sarà costretto a “rompersi la testa”.

Ma facciamo un passo indietro, perché Leonardo Sciascia era nato l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, un paese di miniere di zolfo e di sale della provincia di Agrigento, e la sua vita era cominciata da lì. Durante la sua adolescenza e la sua giovinezza è già la letteratura a incidere i segni della sua vocazione e delle sue scelte: sono state le opere di Manzoni, Hugo, Diderot, ad esempio, a “salvare” l’autore, ad allontanarlo da un regime fascista, che lo infastidiva profondamente. E poi Hemingway, Ungaretti, Montale, i poeti francesi simbolisti lo appassionarono, così Sciascia aderì convinto agli ambienti antifascisti. Incominciò stabilmente l’attività letteraria negli anni Quaranta, fondando anche una rivista critica, Galleria, che gli permise di entrare in contatto con notevoli personaggi dell’epoca, come Pasolini.

affaire_moroNel 1966 Sciascia scrisse il romanzo poliziesco A ciascuno il suo, di nuovo storia di una mafia, intrisa nella realtà urbana e nella politica. A tal proposito, confessò a Calvino, in una lettera, la sua personale condizione di disagio nell’essere un cittadino siciliano, dunque un abitante cioè di un’isola sviscerata dall’arte e dalla letteratura tanto da sembrare di carta anch’essa.

Il 1978 per Sciascia sarà un altro anno di svolta: gli anni di piombo avevano portato, tra i tanti fatti tragici, alla morte di Aldo Moro, così l’autore progettò L’affaire Moro, un pamphlet con cui analizzò le lettere che Moro, da prigioniero, inviava a familiari, colleghi e amici.

Non potendo enumerare la vastissima produzione di Sciascia, è interessante, invece, avvicinarsi ad un fatto di cronaca (e di mafia) che in prima persona ha riguardato l’autore, purtroppo negativamente. Nel 1982 fu ucciso il prefetto di Palermo, il generale Dalla Chiesa, e lo scrittore, poiché si era rifiutato di elogiare incondizionatamente pubblicamente il suo operato, venne accusato dal figlio del generale, Nando Dalla Chiesa, di “fare il gioco della mafia“. Possiamo soltanto immaginare quanto l’accusa fosse grave ed umiliante per Sciascia. Un evento simile accadde anche nel 1987, quando Sciascia, a seguito della campagna contro la mafia del sindaco di Palermo Leoluca Orlando e della promozione a procuratore della repubblica di Marsala di Paolo Borsellino, reclamò che si abusasse dell'”antimafia come strumento di potere“. E così di nuovo fu inondato di accuse circa la sua complicità con la mafia: soltanto il Coordinamento antimafia di Palermo e il giornalista Giampaolo Pansa lo difesero.

Per sottolineare l’importanza della figura di Sciascia in ambito culturale, letterario e, perché no, etico, risultano calzanti le parole del critico e drammaturgo Vincenzo Cerami, che al momento della sua morte (avvenuta il 20 novembre 1989 a Palermo) scrisse così:

La Sicilia ha perso la sua voce più casta, il cui tono appena sussurrato, quasi scettico, nascondeva un’ansia e una pazienza che solo i poveri conoscono. Leonardo Sciascia ha sempre fatto della povertà la sua poetica. E al contrario di molti scrittori siciliani, che alla miseria della loro terra oppongono una scrittura accademica, stentorea, o piaciuta, fatta di marmi e addobbi funebri, Sciascia scriveva con semplicità e chiarezza, in uno stile cristallino. Le sue pagine, luminose, acute, puntigliose, stavano sulle cose concrete, cercavano pretesto nella cronaca, nei fatti esemplari nei delitti comuni e politici, in quella parte terrena dell’esistenza dove l’uomo facilmente si sporca le mani. Sciascia cercava soluzioni ai misteri. Non certo per trovarla ma per raccontare un’iniziazione, il tragitto di un uomo nel suo viaggio più avventuroso, dentro la conoscenza.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 8th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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