I Grandi Classici – Il Cavaliere Inesistente, prototipo dell’uomo moderno che non esiste

I Grandi Classici – Il Cavaliere Inesistente, prototipo dell’uomo moderno che non esisteNella ristrettissima cerchia delle mie amicizie, sono comunque considerato un mezzo folle: uno dei motivi è che non mi faccio alcun problema a comperare più copie dello stesso libro, solo perché in edizioni diverse. Ma credo fermamente che la bellezza della vita, se pure esiste, stia nelle diversità e le diversità non sono fatte d’altro che di sfumature. Certo, con gli anni sto peggiorando: se nell’età della gioventù e stupidità badavo a differenze più macroscopiche, come una diversa traduzione, vuoi di Moby Dick, vuoi del Corvo, ora mi basta anche una copertina diversa per essere attratto quasi irresistibilmente (per fortuna, quasi) verso l’acquisto (perché soddisfa il mio gusto estetico, e perché penso – spesso erroneamente – che anche la scelta di un’immagine da parte di un grafico possa dare una nuova inclinazione alla luce della lettura.

Da una edizione Oscar che non avevo, ho quindi recentemente appreso che nel 1959, per l’uscita presso Einaudi de Il cavaliere inesistente, Italo Calvino scrisse una quarta di copertina anonima per la presentazione del romanzo, che oggi viene riportata come un brano critico: questo mi conforta nel mio tentativo costante di sapere il meno possibile degli autori, che raramente sono all’altezza delle proprie opere e altrettanto raramente sono i migliori giudici di se stessi.

Tale pensiero sarebbe probabilmente approvato dallo stesso Calvino, la cui opinione era «dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere (quando contano, naturalmente)».  Sulla scorta di tali ragionamenti, non appaia strano se della Trilogia degli Antenati scegliamo come primo volume da prendere in considerazione quello che fu scritto per ultimo: comunque, la motivazione di tale scelta è anche questa, ma non solo.

I Grandi Classici – Il Cavaliere Inesistente, prototipo dell’uomo moderno che non esistePer quanto lo consideriamo un faux pas di stile, dobbiamo concordare con Calvino quando dice che «il sapore delle invenzioni calviniane è più che mai moderno»: più che l’invenzione delle storie, variegatamente avventurose, conta qui l’invenzione del personaggio, letteralmente un Cavaliere che non esiste ma, pur non esistendo, agisce come se esistesse. Il racconto è ambientato tra i paladini di Carlomagno, impegnati con l’imperatore contro i saracini, in un Medioevo che non ha riferimenti storici precisi né alcuna verosimiglianza geografica, che sarebbe presupposto di un vero romanzo cavalleresco: di poi, l’interazione del Cavaliere Inesistente Agilulfo con gli altri cavalieri e con Carlomagno, il rapporto con Rambaldo, con la bella Bradamante, le scene di battaglia, il racconto della suora-narratrice che si scopre non essere altri che Bradamante stessa, la storia collaterale Torrismondo-Sofronia, il ruolo dei Cavalieri del Gral e del contado non sono che casus belli di un discorso di più ampio respiro, condotto sul filo delle lame degli spadoni e di una ironia sottile per pervade ogni pagina. «(Carlomagno) regna e guerreggia, guerreggia e regna, pareva un po’ invecchiato dall’ultima volta che l’avevano visto quei guerrieri»: prodi cavalieri che, non ci fosse stato il cerimoniale dell’alzata della celata, «avrebbero potuto mandare qualcun altro al posto loro», furbetti del cartellino ante litteram.

I Grandi Classici – Il Cavaliere Inesistente, prototipo dell’uomo moderno che non esisteCome detto, Agilulfo non esiste: è solo un’armatura bianca che si muove, agisce e parla, ma dietro la celata non si cela nulla. Quasi teatro dell’assurdo, tutti conoscono questa realtà e tutti indistintamente la accettano, anzi, l’avvenente guerriera Bradamante, la più femminile e seducente delle fantesche proprio nel momento in cui è il più forte e virile dei guerrieri, è innamorata follemente proprio di Agilulfo, che è il più umano degli uomini ed il più eroico degli eroi pur non essendoci e proprio per non esserci.

In anticipo rispetto ad una moltitudine di altre opere multi-mediali (pensiamo a The Sound of Silence e I am a Rock di Simon&Garfunkel), Il Cavaliere Inesistente col suo impianto fantastico affronta di petto i temi della solitudine e della alienazione della vita moderna, in chiave tanto più preconizzatrice se pensiamo che erano ben lontane le solitudini variegate della società a 4G e delle isole di chiusura degli hikikomori. Calvino stesso, ancora, paragona il suo Agilulfo, chiuso nella sua armatura, la più bella tra quelle di tutti i cavalieri, all’uomo chiuso nella sua automobile in coda, circondato da persone (alla Bukowski) ma senza possibilità di un vero contatto empatico («water water everywhere nor any drop to drink»). E come Agilulfo non è, di fatto solo contenuto dalla sua armatura, ma ne viene definito, così l’uomo-moderno-consumatore viene definito dalle sue armature: vestiti firmati, cellulari, automobili, finendo per sparire come persona, come identità.
L’effetto viene oltretutto amplificato dalla compresenza di una spalla, un doppelganger anomalo, un Jeckyll-Hyde esistenziale: trattasi di Gurdulù, scudiero mezzo folle e mezzo ritardato, che c’è ma non sa di esserci, che confonde se stesso con le cose con cui viene in contatto.

I Grandi Classici – Il Cavaliere Inesistente, prototipo dell’uomo moderno che non esisteLeggendo Il cavaliere inesistente non si può non rimanere colpiti, vuoi dalla freschezza e agilità della scrittura classica di Calvino, sia dalla contestualizzazione del testo rispetto ai nostri giorni, maggior rispetto agli altri antenati Visconte Dimezzato e Braone Rampante quanto maggior è la teorica distanza temporale dei “fatti”. In un centinaio di pagine, tramite il terzo antenato dell’uomo contemporaneo, Calvino affresca rapporti tra esistenza e coscienza, tra realtà oggettiva e soggettiva: oltre al contatto con la realtà contingente, è in gioco anche la possibilità, su un piano quasi mistico, di entrare in contatto con la realtà delle cose, ammesso che questa realtà esista.

Interpretato anche in chiave politica, non ravvisiamo alcuna politicizzazione in Agilulfo e compagni, se non nella presa di coscienza come collettivo dei Curvaldi nei confronti degli opprimenti Cavalieri del Gral. Se i Cavalieri di Carlomagno hanno per molti versi un aspetto impiegatizio come appunto i furbetti di cui sopra, Agilulfo è stato visto anche come esemplare paradigmatico dell’impiegato, del colletto bianco, dell’automa alienato di Charlie Chaplin in Tempi Moderni; anche se Calvino negò questa interpretazione, vi è in essa un fondo di verità, stante la mania per l’ordine e la disciplina del migliore dei cavalieri. Questa però è connaturata alla raffigurazione dell’uomo-soldato (pensiamo al sergente Hartman su tutti; oppure al Fazio di Montalbano), rigido, chiuso, poco incline a qualsiasi nuova esperienza. Invece, come la quasi totalità di noi, essere solidi (almeno in apparenza), si aggrappa a rituali patologici per riuscire a sopravvivere, a mantenere la sanità mentale, a portare a termine cene con tipi furbi ed ignoranti: fare palline di mollica con cui ritrovarsi, accatastare pigne.

Ma Agilulfo soffre della sua condizione? L’unica cosa che gli manca è provare il sonno, «perdere coscienza di sé, affondare in un vuoto delle proprie ore»: perché il Cavaliere Inesistente non lo può sapere, ma l’uomo moderno desidera la conoscenza al solo scopo di perdersi nell’incoscienza.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Immagine di copertina di Giacomo Lando

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By on gennaio 7th, 2017 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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