Epifania: l’Adorazione dei Magi nella Storia e nell’Arte

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Giotto

Il 6 gennaio sappiamo essere il giorno in cui terminano le feste natalizie, in cui si smonta l’albero di Natale, il momento in cui si fanno i conti con le troppe calorie assunte e si ragiona seriamente su palestra e dieta, soprattutto se si è ricevuta una calza della Befana piena di caramelle e cioccolatini.

Ma il 6 gennaio secondo il culto cristiano si celebra una festività molto importante poiché il Bambin Gesù quel giorno si rende manifesto, che poi è il significato del termine epifania, ai Magi, giunti sul posto seguendo la Stella Cometa, per porgere i loro omaggi al figlio di Dio. I loro doni sono simbolici: l’oro è per la sua regalità, l’incenso è per la sua divinità, la mirra (resina profumata utilizzata nell’antichità per le unzioni) è in previsione del suo tragico destino.

Sull’episodio dei Magi, termine utilizzato per indicare i sacerdoti dello Zoroastrismo, una religione persiana, non esiste una versione univoca e sia sul loro nome, sulla loro provenienza e sul loro numero vi sono versioni discordanti. Per tradizione si è deciso che fossero tre e nello specifico, in Occidente vengono chiamati Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. 
Anche la loro sepoltura è avvolta nel mistero e nella leggenda, perché benché Marco Polo nel suo Il Milione ci raccontasse della loro tomba a Teheran, per chi fosse di passaggio a Milano, invito a fare un giro nella chiesa di Sant’Eustorgio nel centro storico della città, che al suo interno, nella Cappella dei Magi, custodisce un enorme sarcofago di pietra sul quale è incisa la scritta Sepulcrum Trium Magorum. Sempre leggenda vuole che la chiesa fosse sorta nel 344 d.C. proprio per volere del santo, chiedendo di esservi seppellito vicino ai Magi, dunque l’imperatore Costante fece giungere i loro resti da Costantinopoli, portati lì da Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, che li aveva a sua volta prelevati dalla Terra Santa.
Ma nel 1162 la furia del Barbarossa distrusse buona parte della città di Milano, compresa la chiesa, e sottrasse ciò che rimaneva dei Magi. L’Arcivescovo di Colonia si impossessò dei resti e li collocò nel duomo della città, dove si trovano tutt’oggi. Ma Milano riprovò per secoli a riportare in città le reliquie dei Magi, e riuscì nel proprio intento solo in parte all’inizio del XX secolo, quando il Cardinal Ferrari, Arcivescovo di Milano, nel 1904 fece tornare nella basilica alcuni frammenti ossei, oggi conservati nella cappella della chiesa. L’Epifania non a caso è una festa molto sentita nel capoluogo lombardo, infatti ogni 6 gennaio viene organizzato un corteo che accompagna i tre Magi fino alla chiesa di Sant’Eustorgio dove viene celebrata la messa al cospetto anche delle personalità ed istituzioni milanesi.

Tradizioni e leggende a parte, il tema dell’adorazione è stato riproposto svariate volte nell’arte nel corso dei secoli, poiché si presta a molti riferimenti simbolici e allegorici religiosi.
Oggi vediamo e confrontiamo tre versioni della stessa scena realizzate in tre epoche storiche ed artistiche diverse.

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Mantegna

La prima è l’Adorazione dei Magi ad opera di Giotto (1303-1305), uno dei tanti meravigliosi affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova. L’affresco in questione è collocato nelle Storie di Gesù del registro centrale superiore, nella parete destra guardando verso l’altare.
Seppur oggi le tinte accese dei manti siano quasi del tutto perdute, in origine l’affresco era caratterizzato dai colori puri e pieni soliti dell’artista, in particolare il blu, che possiamo ammirare ancora oggi nel cielo sullo sfondo.
Il fondale roccioso ed essenziale consente di concentrarsi esclusivamente sulla scena principale, all’interno della quale Giotto propone esperimenti di prospettiva come era solito fare: la tettoia di legno dona profondità alla composizione, creando la cosiddetta scatola prospettica all’interno della quale inserisce i protagonisti, ambientando l’episodio in un’epoca a lui coeva come si può notare non solo dalla struttura lignea, ma anche dagli indumenti dei soggetti raffigurati.
I volti e le pose sono il più possibile realistici, rendendo l’immagine ancora più coinvolgente ed emozionante. La stella cometa che vediamo rappresentata è molto probabilmente la Cometa di Halley che passò nei cieli italiani tra il 1301 e il 1302, perciò Giotto poté ammirarla e riportarla in maniera realistica nel suo affresco.
Maria è collocata più in alto, quasi su un trono, e regge sulle ginocchia il Bambino, mentre Giuseppe le è accanto, solenne, col capo chino. Oltre ai Magi intenti ad adorare Gesù inchinandosi davanti alla sua divinità, sono presenti anche due angeli, uno a fianco e uno dietro Maria. Da notare inoltre come Giotto abbia dotato di aureola anche i Magi, elevandoli a santità per il loro gesto di sottomissione al figlio di Dio. Inoltre costoro portano i calzari rossi, un simbolo di regalità: Giotto dona loro particolare importanza, sottolineandone la levatura del gesto.
Le fonti che Giotto utilizzò per il suo ciclo di affreschi furono probabilmente alcuni Vangeli apocrifi e la Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze, una raccolta di agiografie.

A cavallo tra 1400 e 1500 invece, un esempio interessante di Adorazione lo abbiamo grazie al Mantegna; l’opera è oggi conservata al Getty Museum di Los Angeles.
La composizione in questo caso non ha un’ambientazione realistica o comunque precisa, infatti il fondale è nero e le figure sono tutte rappresentate in primo piano. Sul lato destro la Sacra Famiglia mentre sul sinistro i tre Magi, Gesù bambino è al centro, il cui corpo risulta leggermente sproporzionato.
Questa rappresentazione viene utilizzata dal pittore per renderne la comprensione ancora più immediata agli occhi di chi la osserva, occupando tutto lo spazio della tela.
La scena è solenne, non vi è accenno di trasporto emozionale né cenni empatici forti: la gioia della nascita del bambino viene sostituita dal presagio di morte prematura che accompagna Gesù, come la mirra gli vuole ricordare.
I doni sono contenuti in preziosi recipienti finemente decorati, un omaggio che il pittore veneto volle fare ad Isabella d’Este che amava e collezionava questo genere di oggetti nelle proprie stanze.
La scena in un certo senso spoglia, è però arricchita da luci ed ombre che creano immediatamente tridimensionalità e ci rendono più interessati e partecipi al momento: per quanto Giotto fosse stato un pioniere in tal senso, è nel Rinascimento che finalmente possiamo vedere la terza dimensione palesarsi sulla tela, oltre che una maggiore attenzione ai dettagli, dai drappeggi alle espressioni del viso, in una ricerca dell’aureo e del sacro più vicino al reale possibile.

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Velàzquez

Circa un secolo più tardi, per la precisione nel 1619, tocca a Diego Rodriguez de Silva y Velàzquez raccontarci attraverso il suo pennello l’episodio. L’opera, conservata al Museo del Prado di Madrid, ha una composizione diversa rispetto alle precedenti, infatti vediamo una struttura piramidale dove Maria con in braccio il bambino è il vertice, alle sue spalle Giuseppe, e di fronte a lei i Magi adoranti; al suo stesso livello vi è un Magio, ma è comunque un passo indietro rispetto al fulcro della scena ed è, non a caso, messo più in ombra rispetto agli illuminati protagonisti della scena.
Dipinto da Velàzquez all’età di vent’anni quando ancora studiava nella bottega di Francisco Pacheco a Siviglia, l’opera era destinata al noviziato gesuita di San Luis e per rappresentarla nella maniera più reale e famigliare possibile, utilizzò come modelli i membri della sua stessa famiglia, infatti vediamo nei panni di Maria sua moglie Juana, figlia di Pacheco, la loro figlioletta Francisca che presta il suo corpicino al bambin Gesù, il secondo Magio più anziano, Gaspare, avere le fattezze del suocero, mentre Velàzquez stesso ritratto in primo piano come il Magio Baldassarre.
La scena è ambientata in epoca contemporanea al pittore, come spesso è accaduto nell’arte, ma quello che fa l’artista spagnolo in questo dipinto è innovativo, poiché se di solito si preferiva rappresentare i Magi o le persone in adorazione, con le fattezze dei nobili e dei potenti dell’epoca per omaggiarli, scegliendo di rappresentare la sua famiglia, Velàzquez rende questo quadro più intimo e personale. L’artista si fonde con l’opera secoli prima che questo diventasse la norma.
Il quadro vuole parlare a tutti, raggiungere l’intima quotidianità di ogni spettatore, rappresentando persone normali e il loro amore sincero.
Un altro aspetto interessante dell’opera è la figura di Giuseppe, che invece di guardare la creatura divina, volge lo sguardo a Maria, sapendo ciò che la giovane donna ha passato, ciò che ha vissuto e del suo mistero glorioso che la rende divina anch’ella. Lo sguardo è affettuoso pur sapendo di avere un ruolo marginale ormai nella vicenda, sa che non potrà vivere una vita famigliare normale, ma accetta questa condizione per amore di Dio: Velàzquez introduce l’aspetto psicologico dei personaggi.

Attraverso questa scena, questo episodio religioso ma anche mitico, e le tante interpretazioni proposte dagli artisti nei secoli, possiamo bene analizzare e scoprire le evoluzioni degli stili nella Storia dell’Arte, notando come si è passati dalla rigidità medioevale alla sempre maggior naturalezza nei secoli successivi, avvicinandosi sempre di più ad una delle esigenze primarie dell’uomo: la ricerca del vero.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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By on gennaio 6th, 2017 in Articoli Recenti, Carlotta Tosoni, Visual & Performing ARTs

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