Il pARTicolare. Firenze, il Pontormo e un tesoro nascosto

Le opere d’arte, ragazzi, dovete andarvele a cercare»

Diceva il mio professore di storia dell’arte.

«Non sono solo nei musei. Ad esempio. Firenze. A Firenze non esistono mica solo gli Uffizi. Sapete che tesori nascosti vi sono? Avete presente?”

No, non avevo presente. E volevo assolutamente sapere a che tesoro il mio caro professore alludeva.

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Jacopo Pontormo, Deposizione, 1528, Chiesa di Santa Felicita, Firenze

Oltre al Museo del Bargello, agli Uffizi, alla Casa Museo Michelangelo, alla Galleria dell’Accademia, alle Cappelle Medicee e altro ancora, sento il desiderio di vivermi un po’ Firenze. Firenze, quella città che ti impone di metterti in competizione con te stessa. Ogni mattina, quando ti svegli, attraversi la piazza e saluti quel Duomo così imponente, vicino, presente. Quella cupola di un uomo geniale e sognatore, il Brunelleschi, che credeva all’impossibile. Passeggio su Ponte Vecchio. L’Arno è elegante. Tratteggia e attraversa la città con sapienza e discrezione. La abbellisce senza sovrastarla. È come un filo di perle che riflette seducente la luce di quel tramonto. Arrivo alla chiesa di Santa Felicita. Camminando su Ponte Vecchio, sulla sinistra. Entro. Appena a destra una cappella: la cappella Capponi. Tutto buio. Metto il mio euro per illuminarla.

Meraviglia.

Sono venuta a cercarti, Deposizione del Pontormo (Jacopo Carucci, Pontorme, 24 maggio 1494 – Firenze, 2 gennaio 1557), e ti ho trovata.

“Osservatela bene. Guardate la Deposizione. Pensate che davvero qualcuno qui stia soffrendo?
Vedete una madre piangente? Vedete degli angeli davvero preoccupati? Vedete donne doloranti?”

Mi torna in mente la voce del mio professore. In effetti no. Dipinto manierista, Pontormo con colori pastello e una danza impossibile, ritrae la Deposizione del Cristo, come una scena teatrale. Ma vi è un punto preciso di perdita. Un punto preciso di attesa, di cambiamento. Il punto del distacco. Il centro. Il dipinto si divide su due piani. Il primo, con il Cristo e i due ragazzi (angeli?) che lo tengono. Il secondo, Maria e le donne tutte attente alla sua reazione. Cosa è appena accaduto? Tutto sembra la Polaroid di un evento appena successo, il momento subito successivo alla distruzione.

Osservando, si comprende: le mani di Maria, e del Cristo, pochi attimi prima della fotografia, si sono divise.
Separate.
Un cratere nel mezzo del dipinto. Due piani di descrizione. Un vortice esterno di colori, veli, perdite di peso ed equilibrio. Ma tutto è li. La mano del Cristo presa istantaneamente da uno dei due angeli. La mano di Maria, invece, in aria. Sola. Sbalzata dal turbine di movimento.

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Jacopo Pontormo, Deposizione, 1528, Chiesa di Santa Felicita, Firenze, il pARTicolare.

E io? Io come spettatrice mi ritrovo ad averlo quasi in braccio, il Cristo. La composizione del Pontormo ha una visione geniale. Realizzata proprio immaginando lo spettatore, con la testa in su, di fronte alla tomba del Capponi, a rimirare l’affresco. E’ lo spettatore il terzo personaggio, in cui Cristo risiederà. Il ragazzo che ci da le spalle, sulle punte, in una posizione impossibile ci guarda come a dire:

Questo è il corpo del Cristo. Morto per voi. Voi spettatori. È il dono di Dio per voi. Per lavarvi dei vostri peccati. Prendetelo in braccio.

Ora. Veloce. Sto tremando sulle mie mezze punte e non ne reggo il suo peso. Prendetelo. Accoglietelo.

Maria, intanto sembra crollare indietro. Sembra svenire. Ma osserva dove sta andando il suo amato figlio. Cerca di comprenderne la via. Tutto intorno una danza. Di mani, di veli, di corpi, sguardi, punte di piedi e chignon. Ma il dolore c’è professore, vorrei dirgli.

Nel particolare di quelle due mani. Separate.

In quel dettaglio, Pontormo, ha reso il dramma del distacco.

Sera serena in Firenze.

Sono da sola nel corridoio del museo degli Uffizi, subito dopo Piazza della Signoria.

Un violinista suona seduto per terra.

Amo questa città. Tutta. Nascosta o no.

Lascio una monetina a quel violinista.

Continua a suonare, violinista.

Io qui, ora, grazie a te e al tesoro scoperto, mi sento felice.

Federica Maria Marrella per MIfacciodiCultura

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    By: Federica Maria Marrella

    Federica Maria Marrella. Classe 1986. Dopo una prima laurea in Comunicazione e Gestione dei Mercati dell’Arte e della Cultura all’università IULM di Milano (2008), ha conseguito una laurea specialistica in Storia dell’arte e Archeologia (2012) all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e un dottorato di ricerca in Comunicazione e Nuove Tecnologie all’Università IULM di Milano (2016). Da Marzo 2015 è Accompagnatrice turistica per le lingue Italiano, Inglese e Francese. Da Gennaio 2016 guida museale, e docente di Storia dell’Arte presso l’Università della Terza Età di Arluno – La Filanda, nella sede di Pogliano Milanese.
    Dopo uno stage al museo del Louvre (2010) la sua strada è diventata solo l’arte: comprenderla profondamente e poterla condividere. Scrive da ormai quasi tre anni su www.artspecialday.com, di cui è stata anche caporedattore della sezione arte. Cura le sue due rubriche Il pARTicolare e Spleen Date: incontri emozionanti nell’arte, nella letteratura e nella musica. Appassionata comunicatrice di ciò che ama di più al mondo: la bellezza dell’arte, i misteri nascosti in essa, la poesia del sentimento.
    Da Ottobre 2016 ha aperto il suo blog personale www.federicamariamarrella.com, dal titolo “Pages, Canvas and Soul”.

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By on gennaio 5th, 2017 in Articoli Recenti, Il Particolare di Federica Maria Marrella, Visual & Performing ARTs

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2 Comments

  1. Ste

    Reply

    Fantastico articolo! Super grazieee

    24 Mag 2016

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