“Postwar”: una mostra “epocale” a Monaco di Baviera

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Postwar: una mostra “epocale” a Monaco di Baviera

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Postaci (Figuren) di Wojciech Fangor, 1950

1945-1965: vent’anni di cambiamenti radicali a livello economico, sociale e culturale. Ed è un museo situato nell’epicentro della Seconda Guerra Mondiale ad analizzare i fenomeni artistici conseguenti alla sua fine: la Haus der Kunst di Monaco di Baviera. Lo fa in termini globali, per la prima volta nella Storia della Museologia, con Postwar: Kunst zwischen Pazifik und Atlantik, 1945-1965 (in italiano Dopoguerra: Arte tra Pacifico e Atlantico, 1945-1965): una sinossi dell’estetica dell’immediato Secondo Dopoguerra senza alcuni limiti geografici, suddivisa in 8 capitoli, con 350 lavori provenienti da 65 Paesi diversi e di vario genere (dipinti, sculture, fotografie, filmati, installazioni e collages).

Nella prima sezione, intitolata Ripercussioni: l’ora zero e l’epoca nucleare, sono esposte opere di artisti come Joseph Beuys, Wolf Vostells e Roy Lichtenstein sulla sorgente età atomica. L’atmosfera di paura di quegli anni si ritrova in molte opere fotografiche e figurative, con rimandi vari a orrori precedenti (come l’Olocausto) e al pericolo dell’autodistruzione della specie umana.

Abstract - Female Figures di Uzo Egonu (1970)
Abstract – Female Figures di Uzo Egonu (1970)

Nella seconda parte (La forma è importante), si passa all’analisi dell’estetica “informale”, prima grande scissione artistica rispetto alle tendenze premoderne e moderne. Artisti come Alberto Burri, Jiří Kolář e Yoshihara Jirō cominciarono a studiare la natura in maniera anti-tecnica, con un approccio di astrazione o scomposizione delle forme raffigurate in precedenza tramite modelli mimetici rinascimentali e manieristi. Questo nell’ottica di opporsi teoreticamente alle rigidità del pensiero scientifico-matematico, con cui ci si allaccia al terzo capitolo della mostra (Nuove immagini dell’uomo): qui si contrappone all’espansione planetaria del “tecnicismo” e dell’universalismo occidentale (sia in chiave liberale, sia marxista) le culture tradizionali delle colonie europee, ripristinando la figuratività primitiva pre-coloniale (come con il sudafricano Ernest Mancoba o l’indiano Francis Newton Souza). Colonie che poi, con vari movimenti di indipendenza, ruppero (almeno de iure) con i loro invasori sia politicamente, sia artisticamente. Lo si può notare facendo un salto alla settima sezione (Nazioni alla ricerca di una forma), in cui si spiega la sostanziale differenza tra l’Arte in Occidente e nei Paesi emergenti: negli ultimi gli artisti si accodavano al potere politico appoggiandone il nazionalismo in una forte accezione anti-coloniale, mentre in Europa e USA i creativi erano contro l’establishment. Nella sesta sezione (“Moderno cosmopolita”) si affronta invece il tema delle migrazioni di massa causate dalla Seconda Guerra Mondiale, con la conseguente crescita dell’assetto multiculturale in Occidente e la commistione degli stili artistici dei migranti con occidentali (come con Iftikhar Dadi). Altri poi, come in Sudamerica, si ispirarono all’Astrattismo occidentale dal proprio Paese, come con la Madì Art esposta nella quinta parte (Visioni concrete), in cui la purezza non-rappresentativa delle forme geometriche regna.

Video Flag Z di Nam June Paik (1986)
Video Flag Z di Nam June Paik (1986)

A contrapporsi ai filoni dei Paesi non allineati e capitalisti fu tutto il blocco comunista, come evidenziato nel quarto capitolo. Esso si intitola Realismi, poiché seppur vi fosse un fil rouge (in tutti i sensi) di adesione ideologica al marxismo-leninismo, gli artisti sovietici e cinesi si differenziavano per il registro usato e per le proprie scelte figurative (più o meno celebrative e con stilemi differenti, a seconda delle influenze locali).

Nell’ottava sezione della mostra, intitolata Reti, media e e comunicazione, si arriva al punto finale del primo ventennio del Dopoguerra, da cui partirono poi tutte le correnti degli anni a seguire. Si fa dunque riferimento agli esperimenti sui diversi mezzi di comunicazione di massa nascenti, nonché al nuovo concetto di “popolare”: si prendono per esempio le opere della Video Art di Nam June Paik e della Pop Art di Andy Warhol.

Si arriva così a trattare il tema della comunicazione, perno dell’incipiente società dell’informazione in cui tutto era sempre più globalizzato e connesso.

Fino a oggi.

Postwar: Kunst zwischen Pazifik und Atlantik, 1945-1965
Haus der Kunst, Monaco di Baviera
Dal 14 ottobre 2016 al 26 marzo 2017

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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