“La grande bellezza” dell’uomo moderno

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La grande bellezza dell’uomo moderno

La grande bellezza dell'uomo moderno
Giulio Brogi

La grande bellezza, fatica cinematografica realizzata da Paolo Sorrentino, è uscito nel 2013 nelle sale pronto per essere esposto alla mercé dei più vari giudizi. Una sperimentazione non da poco quella del regista campano, che ha visto protagonista il nostro ormai caro e mai scontato Toni Servillo nei panni di Jep Gambardella e la mondanità scenografica della Roma bene. Abbiamo visto sul grande schermo anche Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso e altri volti del panorama artistico italiano. Interessante è che la durata della pellicola, due ore e ventidue, è frutto di tagli e scelte importanti sull’originale. La versione integrale di tre ore è stata proiettata postuma: qua possiamo vedere l’attore il Maestro del Cinema  interpetato da Giulio Brogi parlare di un’originaria e articolare “definizione” di “grande bellezza” dal sapore storico. Il film si apre con la chiave interpretativa dello stesso, fornendoci i versi della poesia Viaggio al termine della notte di Céline, illuminandoci sul reale significato del film: l’invito ad osservare la vita come un viaggio, un romanzo fittizio di cui ognuno di noi è protagonista e regista.

Il film è stato visto criticamente come un disperato bisogno di pienezza di vita, una vita sincera, come il cinema stesso, e non vuoto, scarno, apparentemente ben confezionato ma privo di contenuti, ma è anche stato paragonato a La dolce vita di Fellini, con le dovute differenze, soprattutto relative al cambio generazionale della Capitale e di regressione putrida verso lo zero, l’annullamento totale. Il regista critica ma emoziona, mette in scena il sentimentale cordone ombelicale che unisce l’uomo alla vita, lo stesso uomo che danza virtuosamente e inconsapevolmente su note profane e sacre, quelle disco e quelle funebri.

La grande bellezza è come se fosse la risposta, altamente sconcertante, alle affermazioni finali di Lester Burnham in American Beauty: «Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete». Sorrentino sa bene di cosa sta parlando e ce lo offre su un freddo piatto d’argento coperto da una cloche di mistero ed enigmatica attesa.

la-grande-bellezzaIl film, disprezzato da molti per l’interminabile durata e l’assenza di un fulcro tematico ben definito, è stato etichettato dal più cinico dei giudizi: o lo amo o lo odi! In realtà non è così, perché tra l’amare e il detestare aleggia l’infinità delle sfumature emozionali che il film non solo offre, ma rappresenta. Quale bellezza? La bellezza della vita. Il suo spettacolare degrado e dolce tormento. Sorrentino rappresenta le sottili meschinità dell’uomo, le sue presunte certezze, i suoi ideali corrotti, la bontà putrefatta, l’inerzia ineluttabile mascherata da un maniacale ego. Allora perché “bellezza”? Perché descrivere a tinte fosche l’orrido, seppur galleggi nel fascino sprezzante di una Roma aristocratica, e nel frattempo menzionare la “bellezza”? Perché bellezza non è il visibile, l’oggettivo e tangibile quotidiano che ci massacra con la sua mediocrità, “bellezza” è il sottile filo di sensibilità, amore, passione e speranza disillusa, che lega le imponderabili esperienze della vita. Gli attimi di bellezza, del resto, sono «sparuti e incostanti» e l’uomo nulla può di fronte ad essi. L’uomo è incapace e impotente, inetto a vivere, da sempre. E meglio questa sua debolezza non poteva essere raffigurata se non confrontata con le grandezze di Roma. Roma, alter-ego dell’uomo: amplifica ogni decadenza, ogni crepa ancestrale, per tramutarla in fascino mastodontico, freddo, agghiacciante ed impavido.

L’uomo è piccolo e le sue piccolezze sono pietrificate in Roma. I monologhi eloquenti e silenziosi, narrati dalla voce impassibilmente viscerale di Toni Servillo, rendono il film un capolavoro spiazzante. L’indugio sui particolari, tecnicismo di un regista legato e condizionato dalle conseguenze dell’amore, si estremizza fino a divenire indugio su interi personaggi, intere storie, tanto da perdere ogni cognizione e percezione rispetto ad esse. Dunque, è un film che si può amare, si può odiare, ma si può anche apprezzare per le dolcezze che trasmette, i messaggi che invia: la desolazione e la morte, proprio quelle che ci accomunano, si elevano silenziosamente e d’un tratto, diventano virtù. È la rappresentazione scenica di uno dei sofisticati passaggi de Il Grande Gatsby: «Incantato e respinto dall’inesauribile varietà della vita».
Non è un puro caso se vanta la tanto ambita statuetta del Premio Oscar come miglior film straniero e 21 milioni di dollari come incasso mondiale.

Valentina Biagini per MIfacciodiCultura

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