Lezioni d’Arte – I misteri nei dipinti di Piero della Francesca

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Uno dei dipinti più misteriosi del ‘400 italiano è una tempera su tavola, neanche molto grande, custodita presso la Galleria Nazionale delle Marche ad Urbino: si tratta de La Flagellazione di Cristo dell’artista Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 1416 – 1492). Questo capolavoro racchiude molti enigmi, allusioni ancora da interpretare e divide da sempre il mondo degli storici dell’arte. L’artista toscano porta con sé tante ambiguità, egli desiderava che l’opera d’arte non coinvolgesse emotivamente lo spettatore ma mentalmente. Riflettere sull’armonia compositiva dell’opera più che sul suo significato.

A balzare subito all’occhio è infatti la composizione, un sofisticato gioco di piani prospettici che poteva essere portato a termine soltanto dall’autore del trattato De prospectiva pingendi. La prospettiva unifica le due scene che si stanno svolgendo in due ambienti diversi, uno interno ed uno esterno. La flagellazione, che dà il titolo all’opera, è in realtà in secondo piano come se fosse di secondaria importanza e questo ha contribuito sicuramente ad infittire il mistero del dipinto. Il soggetto non era molto utilizzato nelle pale dell’epoca, più che altro era rilegato in miniatura nelle predelle. Qui, la scena è ambientata all’interno di un portico greco-romano con pavimenti in marmo e colonne corinzie. Cristo è legato al centro ad una colonna con in cima un idolo pagano, sembrerebbe il dio Apollo. La scena è sospesa, i due esecutori tengono in alto i flagelli, in attesa di intervenire. Di spalle, un uomo vestito alla turca, con un turbante orientale.

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Dettaglio

L’architettura, scenario dell’evento, è del tutto insolita. Un palazzo come si intuisce dallo sfondo scorciato in cui una scala conduce al piano superiore. Il padrone di casa è probabilmente Ponzio Pilato, seduto ad osservare il supplizio su di un seggio che porta solennemente la firma di Piero della Francesca. Anche questo, un altro elemento inconsueto.

Il Cristo dipinto da Piero è un uomo pacato, stante, né turbato né agitato da ciò che sta per accadere. Dal suo volto non traspare alcuna sofferenza e la stessa assenza di emozioni è condivisa da tutti i personaggi. Sono indecifrabili.

Chi sono questi uomini? La domanda a cui tutti hanno cercato di rispondere è sempre stata questa. A destra, infatti, in primo piano in un’ambientazione esterna sono raffigurati edifici rinascimentali tipici della corte dei Montefeltro. Il Campanile che si erge è stato associato a quello del Duomo di Ferrara. Veri protagonisti sono i tre personaggi vestiti in modo differente. Uno veste abiti orientali, l’altro quelli signorili, impreziositi dal tessuto d’oro, mentre al centro il più giovane vestito di rosso, simbolo della Passione, è scalzo, come il Cristo alla colonna. È lui ad attirare maggiormente l’attenzione. Il suo viso è familiare perché assomiglia all’angelo presente in altre opere di Piero della Francesca. I riccioli biondi, lo sguardo assorto, sono inconfondibili.

Sono state avanzate numerose ipotesi d’interpretazione. La più accreditata identifica il ragazzo al centro con Bonconte, figlio di Montefeltro, con affianco Bacci e Bessarione. Bacci sarebbe il committente dell’opera voluta come dono per Montefeltro per invitarlo a partecipare ad una crociata punitiva contro i turchi. Non si può, infatti, sottovalutare la data di realizzazione di questo dipinto il 1453, anno in cui Costantinopoli cadde rovinosamente nelle mani dei turchi.

Secondo il filone interpretativo teologico, Cristo flagellato rappresenterebbe la lontana e assediata Costantinopoli, con un richiamo anche ai cristiani tutti. La figura seduta a guardare il martirio dell’intera comunità religiosa diventerebbe l’Imperatore bizantino, Giovanni Paleologo. La scena a sinistra rappresenterebbe il mondo orientale, flagellato dai conflitti religiosi, quella a destra invece l’Occidente, responsabile e fautore di una nuova crociata.

Nonostante l’assenza di emozioni nei volti dei personaggi il dipinto di Piero della Francesca è parlante, una vivace fabbrica di nuove, possibili interpretazioni iconografiche pronte a svelare i numerosi enigmi dell’artista.  

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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