Dalla persecuzione all’Olocausto: l’esposizione all’IWM di Londra

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Dalla persecuzione all’Olocausto: l’esposizione permanente all’IWM di Londra

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L’atrio dell’Imperial War Museum di Londra

Quando si parla di Olocausto una domanda rimane sospesa tra il passato, il presente e il futuro: come è potuto accadere tutto questo? Un’esposizione permanente presso l’Imperial War Museum di Londra traccia un resoconto storico ricco di oggetti, carteggi e testimonianze, delle tappe che dal 1933 al 1945 portarono alla persecuzione e all’uccisione di milioni di persone.

Per accedere all’esposizione bisogna oltrepassare l’atrio dell’Imperial War Museum: carri armati, aerei militari e macchine incombono dal soffitto e sulle scale. Il passaggio da uno spazio all’altro non è solo fisico, ma anche ideologico, e inquietante, se vogliamo. Possono sembrare giocattoli giganti, riproduzioni in cartapesta per stupirci, ma invece sono macchine da attacco, difesa e distruzione usati durante la guerra e restaurati. Il via vai della stazione di Waterloo è ormai distante. Siamo entrati nel luogo del patriottismo, della guerra e del mito del progresso tecnologico inglese, trionfalismo che si spezza accedendo alla mostra che ci racconta passo dopo passo le estreme conseguenze di un orgoglio per la patria distorto, del razzismo e dell’antisemitismo.

Le esposizioni che trattano il tema dell’Olocausto non sono tutte uguali: alcune si sforzano sul piano storico, altre puntano al pathos. Questa presso l’Imperial War Museum interseca le due prospettive e le dettagliate spiegazioni storiche hanno quasi un effetto catartico sullo spettatore, che esce dall’ultima sala angosciato e colmo di senso di colpa. Probabilmente ciò significa che l’esposizione ha sortito l’effetto sperato. Lo spettatore ha assimilato dei dettagli storici, ascoltato le tragiche testimonianze di persone sopravvissute e osservato la concretezza di quei tempi. Ha quindi avuto dapprima la prova – semmai ce ne fosse bisogno – che tutto questo è accaduto, poi le risposte al come è potuto accadere e infine la ferma convinzione che tutto questo non deve accadere mai più.

untitledL’esposizione è eloquente anche dal punto di vista architettonico. Cupa, tortuosa, interattiva, a tratti satura di scritte, oggetti, monitor e voci, porta lo spettatore in una dimensione che coinvolge smorzando il filtro della distanza storica. Non c’è sentimentalismo eccessivo, non si è costretti ad identificarsi con le vittime o con i persecutori. Inizialmente si osserva il tutto con distanza, le spiegazioni, le mappe storiche, i manifesti dell’epoca che esaltano la figura di Hitler e la purezza della razza ariana, e poi ci si addentra nelle storie personali, prima attraverso testimonianze scritte e poi orali.

Il pregio del percorso è che l’esposizione non comincia con la distruzione e lo sterminio, ma con ciò che c’era prima: l’ossessione della razza pura e le conseguenze scientifiche, il potere della propaganda, ma anche i simboli religiosi, il benessere economico e la modernità della vita degli ebrei in Europa prima della guerra, la felicità dei bambini e delle famiglie riunite. Lo stacco tra il fermento della vita e la degenerazione è graduale e guidato dagli oggetti e dai simboli, dalle fotografie e dalle lettere.

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Una ragazza nel ghetto di Varsavia, 1941

Nonostante l’esposizione sia incentrata sull’Olocausto inteso come sterminio degli ebrei, non mancano rimandi a tutte quelle categorie che il nazismo considerava indesiderabili e che vennero perseguitate con la stessa ferocia. La mia migliore amica, che ha visitato la mostra con me, guardando i campioni di iridi e capelli che servivano a riconoscere gli elementi estranei alla razza ariana, mi ha detto «Noi ci saremmo salvate?». È qui che il tema dell’Olocausto si fa sentire in maniera viscerale, il pensiero di cosa ne sarebbe stato di noi stessi. Il pensiero che scorre su un muro di centinaia di scarpe di forme e colori diversi chiedendosi a chi appartenessero e se quelle persone si siano salvate dalle selezioni casuali verso la morte.

Si arriva alla conclusione della mostra atterriti e si desidera un momento di calma per metabolizzare il tutto. In una sala ovale ci si può sedere e ascoltare la conclusione personale dei sopravvissuti, il loro rapporto con Dio dopo la tragedia, le loro speranze riposte nei figli e nei nipoti, la rabbia e il conflitto interiore per il fatto di non poter dimenticare.

Ci si lascia alle spalle i carri armati, gli aerei militari e i cannoni navali che sembrano ormai giocattoli innocui, ci si immerge di nuovo nel caos della stazione di Waterloo, ma non si dimentica.

The Holocaust exhibition
Mostra permanente ad ingresso libero
Imperial War Museum, Londra

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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