Pensare all’autoritratto grazie a Jacques Derrida – La cecità davanti all’Io

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Pensare all’autoritratto grazie a Jacques Derrida – La cecità davanti all’Io

Autoritratto: s.m., Nelle arti figurative, ritratto di se stesso; in letteratura, descrizione di se stesso.

Quando pensiamo all’artista abbiamo sempre in mente l’immagine di un estroso personaggio che, attraverso le sue opere, vuole darci la sua visione del mondo.

autoritratto vAn gogh
Autoritratto di Van Gogh, 1887

Van Gogh vedeva il mondo attraverso dei colori abbaglianti che ci portano a pensare che davvero vedesse i girasoli così gialli o le notti così intensamente blu. Leonardo, raffinato scienziato oltre che delicato pittore, analizzava il mondo attraverso analisi matematiche: solo un genio come lui poteva sentire la necessità di raffigurare qualcosa che, a logica, ci sembra trasparente. Lui si pone il problema di dipingere l’aria. E poi c’è Picasso, che scompone il mondo e riflette sulla prospettiva e il riempimento immaginativo che tutti noi compiamo durante la visione. E poi arriva un Kandiskij che osserva il mondo come un insieme di linee, punti, colori. Fino ad arrivare al geometrico Mondrian, o all’eclettico Andy Warhol che mischia l’arte a qualcosa di più pop: il mondo è diventato un barattolo di zuppa.

È nell’immaginario collettivo l’ideale del pittore come un’anima diversa, più sensibile, che osserva il mondo diversamente da tutti noi. È l’idea del Genio kantiano che tanto piacque nel Settecento: l’artista ha, senza dubbio, qualcosa in più. Innato, acquisito, costruito: ma c’è una scintilla particolare nei suoi occhi che gli rende il mondo così speciale.

Un pittore è una mediazione: mentre impugna un pennello, il suo braccio è ponte tra reale e immaginazione. Mentre dà un colpo di scalpello, il suo gesto diviene un improvviso squarcio nella così vetusta distinzione tra mondo e ideale.

Capita anche che una di queste personalità decida di dedicarsi all’autoritratto: famosi, leggendari oserei dire, quelli che Van Gogh fa di sé. Si è sempre cercato di immaginarsi come fossero fatti questi grandi della storia: ed è così che ne La scuola di Atene scatta la ricerca all’autoritratto del Sanzio. Per ogni autore che non ha lasciato un suo conclamato ritratto la ricerca spasmodica è da lungo tempo in atto: un po’ come la Sacra Sindone, si ricerca il volto di tali irripetibili Geni.

In mostra si vedono dei bellissimi autoritratti di Fantin-Latour o di Chardin, unitamente alla questione teorica di sapere che cos’è un autoritratto, se un autoritratto sia possibile e se, nell’esperienza dell’autoritratto, il disegnatore non si accechi, data l’incapacità in cui si trova di sorprendere il proprio sguardo, e anche il fatto strutturale per il quale un autoritratto mai s’identifica mediante una semplice lettura interna dell’opera. Non basta guardare un autoritratto per sapere che si tratta di un autoritratto. È necessaria un’indicazione esterna al disegno per permetterci di identificarlo come tale.

(Link all’intervista da L’Espresso)

Caravaggio Leoni
Caravaggio era dedito all’autoritratto

Così vede il problema dell’autoritratto il filosofo Jacques Derrida, che lo porta a curare la mostra Mémoires d’aveugle, l’autoportrait et autres ruines (Memorie di cieco, l’autoritratto e altre rovine) nel 1990 al Louvre. Solo lui, il filosofo del post-moderno, della decostruzione, poteva mettere in discussione l’arte all’interno del museo d’arte per eccellenza.

Ma il problema si pone, e se ci pensiamo anche in maniera spontanea: un autoritratto può essere tale? E, badate bene, anche se ivi parliamo di quadri, la problematica si può estendere a tutti noi. In quanto, volenti o nolenti, animali autobiografici, animali che scrivono nel tentativo di definire chi siamo.

Nell’autoritratto, il disegnatore assegna allo spettatore il posto dello specchio. Acceca se stesso, maschera il suo specchio consegnandosi allo sguardo dell’altro e installando l’altro al posto dello specchio. È questa struttura, assai sconcertante, dell’autoritratto che cerco di dimostrare.

(Link all’intervista da L’Espresso)

Quando ritrae se stesso, il pittore, cosa guarda? Il suo riflesso o se stesso mentre guarda il suo riflesso? E che percezione ha di sé? Possiamo davvero credere che Van Gogh vedesse così i suoi capelli, di quel rosso accesso, composti da tanti tocchi fugaci di colore? È come ci ha insegnato Pirandello: ognuno di noi è Uno, Nessuno, Centomila. Persino il maggiore dei pittori, persino un Brunelleschi che inventò la prospettiva, aveva un’idea di sé imperfetta. Dettata dalle mille persone che siamo, in continuo cambiamento, che subiscono l’inesorabile scorrere del tempo. E così, come dice Derrida, è impossibile descrivere e fermare chi siamo. Non si può parlare dell’Essere di parmenidea memoria. C’è solo una traccia di quello che siamo. Fulminea, sempre presente ma difficilmente coglibile che non lascia davvero che si possa afferrare ciò che siamo e ciò che è. Nella scrittura, quanto nella pittura, quello che davvero conta non è ciò che diciamo consapevolmente e cerchiamo di ipostatizzare: è il non detto che involontariamente tracciamo di noi a poter dare una qualche traccia autobiografica.

Questa cecità (dell’autore durante l’autoritratto, ndr) non è semplicemente opposta o opponibile alla visione. Essa abita nel cuore della lucidità, della vista. Si può affrontare secondo diverse angolature. Pur seguendo un modello, nel momento in cui disegna l’artista avanza nella notte. Il solco del disegno avanza nell’invisibilità. D’altra parte, il tratto (ed è per questo che ciò vale più per il disegno che per la pittura) è esso stesso invisibile.

(Link all’intervista da L’Espresso)

AUTORITRATTO PICASSO
Autoritratto di Picasso

È l’invisibile, l’inaspettato quello che davvero ci racconta qualcosa dell’altro: non è il ritratto di Van Gogh a dirci chi era, ma quei segni invisibili che, ossimoricamente, ci sono ma non si vedono.

 

Non siamo ciò che diciamo, ma ciò che tracciamo: così come un pittore nel disegno si rende cieco, pensando di dipingersi per come è, così noi cerchiamo costantemente di dire che siamo senza renderci conto che è proprio in ciò che non diciamo, o non scriviamo, che si trova una possibilità di conoscerci.

Ma, alla fine, rimane impossibile rendere immortale quel momento, o coglierlo pienamente. È un evento, è un attimo fugace inaspettato. È qualcosa che, forse, anche gli animali sanno fare. È lasciare una traccia di sé, perché da ciechi quali siamo non riusciamo a vedere nulla nemmeno quando crediamo di aver detto o illustrato tutto.

Ed è per questo che un autore come Derrida, spesso tanto criticato come post-modernista buono solo a distruggere il mondo e l’essere, in realtà ci può rivelare come anche i più grandi artisti del nostro tempo siano stato ciechi davanti al più grande enigma della mente umana:

l’uomo stesso.

Si rimanda alla lettura dell’intervista integrale pubblicata da L’Espresso, apparsa sulla rivista Beaux Arts Magazine, pubblicata per concessione di Jaca Book in Pensare al non vedere. Scritti sulle arti del visibile (1979-2004): Link all’intervista da L’Espresso.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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