#EtinArcadiaEgo – Caro Terenzio, pensare è difficile

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#EtinArcadiaEgo – Caro Terenzio, pensare è difficile

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Scena dell’adelphoe di terenzio in un codice medievale

Pensare è una delle attività più difficili che esistano al mondo. Strano principio, considerato il fatto che l’evoluzione della specie umana si è basata su quella intellettiva e non su quella relativa alla muscolatura o alla forza. Eppure pensare resta un qualcosa di estremamente complesso, poco piacevole e soprattutto noioso. Perché prestare attenzione a tutto, sprecando tempo e magari anche pazienza, quando si può seguire il dolce richiamo della pancia? La vita è breve, dopotutto, e il tempo non va buttato via in sciocchezze: meglio usarlo come Dio comanda.

Probabilmente fu questo il più grande errore di Publio Terenzio Afro: non capire che per tutti, che siano giovani o vecchi, ricchi o spiantati, patrizi o plebei, pensare è davvero poco popolare.

Ma chi è Publio Terenzio Afro? Per tutti i latinisti dal Rinascimento in poi, una tappa obbligatoria del cursus di istruzione, per il suo stile semplice ma non banale e per la sua moralità edificante. Gli scrittori di origine africana (fra cui Dumas, per citarne uno) lo hanno a lungo considerato loro “capostipite”, data la sua origine cartaginese. Un personaggio non indifferente, dunque.

In realtà Publio Terenzio Afro non ebbe in vita la stessa fortuna: egli nacque come schiavo a Cartagine, nella prima metà del II secolo a.C. Fu condotto a Roma e liberato «per la sua intelligenza e bellezza», come scrive il biografo Svetonio. Il nomen “Terenzio” che lo schiavo-letterato adottò altro non era che il nome del padrone che lo aveva reso libero. Terenzio, le cui abilità non erano passate inosservate nell’ambiente culturale romano, entrò nel circolo culturale degli Scipioni (famiglia che diede i natali a Scipione l’Africano, fra gli altri) e iniziò a produrre commedie. Commedie che furono un flop clamoroso: gli attori furono colpiti dal lancio di sassi da parte del pubblico, e Terenzio fu accusato di copiare dalle trame greche e, cosa assai più grave, di non avere vis comica, ovvero la capacità di creare intrecci che divertissero. Deluso da continui insuccessi, si imbarcò per la Grecia per approfondire le sue conoscenze ma andò incontro alla morte, probabilmente per naufragio. Aveva solo ventisei anni.

Ma perché un autore per secoli punto fondamentale della formazione dei giovani venne tanto bistrattato dai suoi contemporanei? Semplice: perché faceva pensare, e i romani non ne avevano alcuna voglia.  

Basta guardare una delle sue commedie più brillanti, l’Heautontimorumenos, il cui protagonista è un vecchio pentito di aver trattato male il figlio, e che nel pieno del suo dolore esclama:

Sono un uomo: nulla che sia umano mi è estraneo.

#EtinArcadiaEgo – Caro Terenzio, pensare è difficile
Mosaico raffigurante lo Pseudolo di Plauto

Una delle citazioni più belle dell’intero patrimonio latino, un motto sui cui si sono scritti libri e su cui si potrebbe riflettere e pensare per ore. Ed è proprio questo il problema di Terenzio con il pubblico: lo spingeva a pensare. Ma alla plebe romana, che frequentava il teatro comico per ridere e dimenticare le proprie difficoltà e sofferenze, pensare non interessava. Ecco perché un commediografo come Plauto era così amato: a differenza di Terenzio, non faceva pensare, ma solo ridere di gusto, mettendo in scena intrecci sempre uguali, con personaggi non caratterizzati ma semplici maschere e soprattutto bandendo la morale dalle sue opere. Un padre che si dispera per aver trattato male il figlio? Non scherziamo: nelle commedie plautine, il padre e il figlio lottano senza esclusione di colpi per ottenere i “favori” di cortigiane scollacciate, in un gorgo di servi che ingannano i padroni, mogli che si vendicano sui mariti e parassiti che serpeggiano nella trama. Inganni, equivoci e volgarità: un trionfo. Plauto conosceva bene il suo pubblico e gli presentava esattamente quello che voleva. Terenzio no. Terenzio voleva lasciare un messaggio con le sue opere: era un letterato e uno scrittore di talento con uno stile davvero apprezzabile. Ma la massa ha i gusti semplici più difficili che vi possano essere.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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