Un tango per la pietà e l’empietà: omaggio al cinema argentino

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Il termine tango, ballo definito “pensiero in movimento”, deriva dal verbo latino tangere che significa toccare. È una danza in cui l’uomo guida la donna verso la pista da ballo, se la guidasse verso l’esterno avrebbe un altro significato e un altro nome, ed alla donna va il compito di tenere la direzione, perciò un ruolo di fermezza. Il tango pare sia nato sulle rive del Rio de la Plata dalla commistione di tradizioni indigene ed importante dalle popolazioni europee, tra cui quella italiana. Ogni argentino, dicono, ha per un verso o l’altro un antenato italiano, quindi la musica e la danza nel sangue.

Marco Bechis, nato a Santiago del Cile e italiano per parte di padre, è un regista, ma anche fotografo e videoartista. La capacità di fissare il momento catartico gli appartiene, come ha dimostrato in Garage Olimpo, film del 1999 dove la scena iniziale è un flashforward sull’immensità del Rio della Plata quasi nel punto in cui si tuffa nell’Oceano. Distratti da tale bellezza, godiamo la maestosità del fiume un attimo prima che dall’aereo sia scaraventata, ancora viva, la protagonista: Maria, giovane oppositrice del regime di Videla, interpretata dalla bravissima Antonella Costa. Un gesto di pietà del regista per risparmiarci una scena di disperazione. Garage Olimpo è banale e feroce come sa essere la realtà che Bechis indaga, ma è anche autobiografico, essendo stato lo stesso regista rinchiuso in un centro di detenzione, da cui fu rilasciato essendo parzialmente italiano.
La metafora del garage, nome in codice con cui venivano definiti i centri di tortura, è chiara e guardiano notturno di un garage si definisce il protagonista maschile, Felix, il timido corteggiatore che accolto dalla madre di Maria, per fare un po’ di soldi fa la spia e la denuncia. Interpretato da Carlos Echevarria, Felix sarà colui che la torturerà, portandola al contempo di nascosto a fare una passeggiata, mentre i carcerieri ingannano il tempo giocando a pallone. Felix guida Maria verso la morte, un tango gelido imbastito di normalità. Il male echeggia e fa paura,  ma poiché non si può essere sempre aguzzini, ci sono delle pause durante la narrazione che servono a procedere verso l’orrore. Bechis durante le riprese volle sul set i parenti dei desaparecidos affinché con la loro presenza dessero al film la cifra della verità. Pretese anche che alcuni dei vestiti delle vittime recuperati, fossero indossati dagli attori, per  pietà e condanna. Garage Olimpo stringe simile ad un tango avvitato, non lascia spazio allo spettatore che, quando il capo del centro chiamato “Il tigre” (Enrique Pineyro) muore, sa che la sorte di Maria è segnata. Sarà trasferita, espressione gergale per indicarne la morte. È un film spoglio, come le luci artificiali sempre accese dei locali di tortura ad indicare una catena di montaggio della violenza che non si ferma mai. L’analisi della guerra e della pietà è molto presente nella cinematografia argentina, che cerca le tracce degli avvenimenti futuri facendoli risalire a sistemi e intrecci poco chiari presenti già nel passato, durante la cosiddetta guerra sporca per le isole Falkland. Che serva ai militari per mettersi in luce come risolutori dei problemi e difensori dell’onore del paese. Altri registi, oltre a Bechis, si sono interrogati su questi temi.

tutto-il-bene-del-mondoAlejandro Agresti, nato a Buenos Aires nel 1961, già a 17 anni gira il suo primo cortometraggio. Si trasferisce nei Paesi Bassi e in seguito tutte le sue opere saranno coproduzioni olandesi.  Il  suo secondo lavoro El amor es una mujer gorda (1988) esplora il tema della manipolazione nell’informazione: una troupe americana gira un servizio sui poveri di Buenos Aires, ma non racconta la verità: un giornalista, insieme ad un amico, decide di  mescolarsi ai poveri finendo per  farne veramente parte. A questo si intreccia la ricerca della fidanzata, scomparsa durante gli anni del regime. Quando scoprirà che la troupe sta girando il servizio su di loro capirà l’inganno.
Agli anni 2000 risalgono i lavori più fortunati di Agresti come Una notte con Sabrina Love e Valentin. Tornato in Argentina ambienta a Buenos Aires i suoi film, incentrati sulla ricerca della verità storica che influenza gli uomini in maniera profonda. Del 2004 è il bellissimo e poetico Tutto il bene del mondo con Monica Galan, Carlos Roffè e Julieta Cardinal. La protagonista è Isabel, madre di due figlie avute da padri diversi, che insieme a loro parte per la Patagonia, dove si è rifugiato Cholo, il marito che credeva morto e che è il padre di una delle due ragazze. Cholo fa il fornaio e vuole dimenticare di aver avuto una famiglia per non soffrire essendo sfuggito al regime argentino per miracolo. In questo caso possiamo dire che il tango è un tango dolce che cerca di curare le ferite, con difficoltà enormi perché il fisico e l’anima  sono spezzati  dalla paura. Tutto il bene del mondo è un film politico, ma in modo non convenzionale: Cholo sembra spietato verso la figlia rifiutando di vederla, solo l’amore, come il tango, scioglierà la paura. L’affetto, sembra dire Agresti in una sorta di autobiografia collettiva, può sanare il corpo e la mente di questo ex comunista segnato dalla tortura. Questo film è la metafora di un Paese che cerca di dimenticare gli episodi in cui la pietà fu disconosciuta.

il-segreto-dei-suoi-occhiProprio sul dilemma in merito a cosa sia la pietà e quanto e cosa si possa perdonare s’interroga il regista Josè Campanella nel film Il segreto dei suoi occhi del 2009. In questo caso abbiamo a che fare con un tango in cui si cerca la pietà e si trova l’orrore e viceversa, si trova l’orrore ma si vorrebbe la pietà. Ambientato a Buenos Aires negli anni di incubazione della dittatura, prende spunto da un fatto di cronaca, uno stupro violento che provoca la morte di una giovane donna. Il marito della giovane decide quindi di passare le sue giornate seduto in metropolitana aspettando l’assassino, convinto che passerà di lì come il giorno in cui ha ucciso suo moglie. La storia colpisce un addetto dei servizi che si rivolge ad una giovane cancelliera chiedendole di riaprire il caso, ma ormai l’assassino è ora vicino agli ambienti paramilitari mentre qualcosa sta cambiando in Argentina, come suggerisce un funzionario alla cancelliera invitandola a non intromettersi.
Durante un drammatico interrogatorio l’assassino confessa, ma comunque riesce a fuggire: racconta di aver stuprato per vendetta contro la bellezza della giovane, da cui si sentiva rifiutato. Anni dopo un’intuizione porta l’addetto a cercare il marito della donna e a scoprire un terribile segreto: tiene l’assassino chiuso in un recinto da più di vent’anni come un animale. Gli ha un ergastolo sostituendosi alla legge per impedire che si sottraesse alla punizione che meritava. Chi assiste al film, spera per quasi un’ora che lo stupratore venga preso e durante l’interrogatorio, sentendo le sue parole, desidera quasi che il personaggio muoia tra tra atroci sofferenze, ma ora è attonito per la crudeltà di chi si è fatto giustizia da solo. Un tango che non si decide: tra pietà ed empietà, è chiaro che insieme non si possono avere.

Alla fine è solo cinema, non è la realtà. Eppure quelli accennati sono dilemmi che impegnano e non soltanto il cinema argentino, che però ha il merito di aver indagato i misteri di un periodo in cui parve si fossero smarriti i limiti tra misericordia e ferocia, e lo ha fatto guardandoli in faccia con coraggio.

 Maria Rosaria Porcaro per MIfacciodiCultura

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