La Route 66 e quel sogno americano mai tramontato

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Moltissime persone nascondono il desiderio inconfessabile di attraversare gli Stati Uniti on the road, come si dice in questi casi. Un desiderio che è un’aspirazione di vita, un’idea da sempre radicata nella mente, per quanto utopica e complessa sia, a volte. Infatti, il potere della strada, della sconfinatezza di un paesaggio americano fa sì che ci si perda in esso, man mano che ci si incuriosisce e si esplora ciò che abbiamo intorno.

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La Route 66, la mitica, unica e intramontabile Route 66, inaugurata 90 anni fa, è l’emblema di questo desiderio, di questo sogno. E proprio di un sogno stiamo parlando, di un viaggio che non ha età, perché in sé racchiude la sua bellezza e il suo fascino, tanto da farci pensare che trovarsi su quella strada è come perdersi in un tempo che solo quella possiede.

A questo proposito, basta riflettere semplicemente su quanti artisti e poeti la Route 66 ha esercitato il suo fascino, esaltato ogni volta di più. Kerouac, nonostante su questa strada abbia percorso soltanto un piccolo tratto, ne ha colto il senso più profondo, riassumendolo in un titolo: On the road. Sulla strada: semplicemente esserci, su quella strada, venendo alla sua conoscenza senza pretese, prendendola così com’è, per come si è, sembra dirci.

Continuando, Steinbeck la soprannomina Mother Road: la strada madre, la strada che guida, che accoglie, che racchiude metaforicamente tutte le altre. Quella che l’autore descrive in Furore è la strada attraversata da chi voleva fuggire ai tempi della Grande Depressione, la stessa percorsa da centinaia di soldati e commercianti nel corso dei decenni. Insomma, la medesima che ha vissuto da protagonista le epoche americane, con cambiamenti e mutazioni socioculturali annessi.

route-66Dal Missouri alla California, la Route 66 mostra più che egregiamente la natura selvaggia di un certo tipo di America, il suo aspetto brullo e arido, talvolta. Costruita agli inizi del Novecento grazie al volere di due imprenditori di nome Cyrus Avery e John Woodruff, la pista prese forma per collegare Chicago a Los Angeles. Dalla prima proposta di intitolarla Route 60 si passò alla denominazione attuale, facendola entrare così nel mito.

Giocando su questi due numeri, Interstate 60 è un film del 2002 diretto da Bob Gale. Il suo messaggio non è affatto banale: questa strada non esiste, non è segnata su alcuna mappa, eppure ha la stessa potenza espressiva della 66. L’uomo sente la necessità di fuggire nella vita, almeno per un periodo di tempo. Quello che vede non gli basta più, quello che sa non gli basta più. O forse quello che pensava di sapere. E se la statale 60 è percorribile solo dalla nostra mente, la Route 66, al contrario ci permette di intraprendere veramente un viaggio rigenerativo anche se imprevedibile.

Già in pieno Ottocento menti geniali come Whitman, Tocqueville e Thoreau in opere quali Specimen Days, Quindici giorni nel deserto americano e Walking esposero idee che con la futura Route 66 si intonano perfettamente. «L’idea dell’immensità vi sovrasta. La continuità delle medesime scene, la loro monotonia stupisce e atterrisce l’immaginazione. L’idea di questa grandezza selvaggia che sta per scomparire si mescola alle superbe immagini suscitate dalla marcia della civiltà. Ci si sente fieri di essere uomini, ma si prova allo stesso tempo non so quale amaro rammarico per il potere che Dio ci ha accordato sulla natura». Questo scrive Tocqueville, radicato nella società nascente del New England, indicando la vastità, la soggezione eppure l’incredibile bellezza della wilderness, di cui capisce di non poter fare a meno.

33_1route_66_in_arizona«Ho scoperto la legge che governa la mia stessa poesia: questo era il sentimento che si faceva strada dentro di me mentre avanzavo attraverso questo tetro eppure gioioso abbandono primordiale». Ecco, invece, le parole di Whitman: il suo bisogno di vivere queste terre selvagge, altro che l’Europa, l’America ha tutto questo mondo da offrire. Lo spazio che emana libertà davanti a sé è lo stesso della Route, con le montagne rosse che si intravedono in lontananza, la terra arida che si sussegue per chilometri e chilometri, infinite praterie, distese di campi. E il cielo che contorna questa sensazione profonda di sconfinatezza. Dunque, Thoreau non si sbagliava nel dire che i poeti di tutto il mondo si sarebbero ispirati alla mitologia americana nell’esprimere la bellezza di un paesaggio e di un continente.

Durante un concerto, Bono Vox degli U2 ha gridato in modo liberatorio che il sogno americano non è ancora tramontato, non è ancora morto. Nonostante gli Stati Uniti del momento, nonostante il mondo occidentale del momento, esiste ancora. Perché sono le strade stesse e le persone che le vivono a far sì che si mantenga saldo, secondo i bisogni e i desideri di ognuno. Non si sogna per niente, d’altronde. Si sogna per nostalgia, per dimostrare che quello che è tutt’ora presente ne vale ancora la pena. E i simboli storici della stazione di servizio Magnolia, dell’Art Deco Historic U-Drop Inn, del Midpoint Cafe, del Wigwam Motel di Holbrook con le tende indiane, del Ranch House Cafe e di moltissimo altro ce lo ricordano. Perché la strada ci insegna lezioni di vita che è bene conservare, perché è nella sua natura il far incontrare chi su quella stessa strada si è perso e poi si è ritrovato un po’ più libero, un po’ più uomo, respirando l’ebbrezza del vento che si lascia alle spalle a bordo di una Corvette come sulla Route 66.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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