Editoria 2.0: tra crisi e digitale, la rivoluzione dei “libri belli”

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Editoria 2.0: tra crisi e digitale, la rivoluzione dei “libri belli”

libriQuale futuro può esserci per l’editoria, nell’era del digitale? Una domanda molto più complessa di quello che sembra e dalle risposte tutt’altro che scontate. Se infatti il primo pensiero va agli e-book e all’informazione sempre più digitalizzata, non sembra esserci scampo per i cari vecchi e profumati libri cartacei, e per coloro che li producono, gli editori.

Eppure la situazione reale dell’editoria in Italia sembra molto più sfaccettata, e ricca di sorprese. Secondo l’indagine Istat La lettura in Italia nel 2015 si stima che il 42% delle persone di 6 anni e più (circa 24 milioni) abbia letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali. Il dato appare quindi stabile rispetto al 2014, dopo la diminuzione iniziata nel 2011. Il 9,1% delle famiglie però non ha alcun libro in casa, mentre il 64,4% ne possiede al massimo 100. I “lettori forti”, che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 13,7%, mentre quasi un lettore su due (45,5%) si conferma “lettore debole”, avendo letto non più di tre libri in un anno.

A questi dati piuttosto “catastrofici” sulla situazione della lettura in Italia, se ne uniscono altri però piuttosto paradossali, che arrivano dal mondo dell’editoria. Il numero dei titoli pubblicati sembra infatti aumentare, così come le tirature ma, d’altro canto, le grandi case editrici sempre più in difficoltà si fondono per tentare un salvataggio, mentre altre piccole e medie soffrono, ed altre ancora registrano fatturati incredibilmente positivi.

Il logo della casa editrice De Piante
Il logo della casa editrice De Piante

Secondo l’ultimo rapporto 2015-2016 dell’AIE (Associazione Italiana Editori) «Sono 4.608 le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo nel corso dell’anno (+0,1% rispetto al 2014). In leggera crescita quelle che pubblicano tra 10 e 60 titoli l’anno (1.005). 65mila i nuovi titoli su carta nel 2015, cui si aggiungono 63mila ebook: aumentano le tirature, anche “digitali”». Bisogna dunque cercare di fare un po’ d’ordine tra questi dati contrastanti, per capire veramente “chi siamo” e soprattutto quanto leggiamo.

E la chiave per fare forse un po’ di chiarezza in questo “pasticcio” nel mondo dell’editoria, arriva proprio dalla temuta e onnipresente “crisi”. L’etimologia della parola “crisi” deriva infatti dal verbo greco “krino”, ovvero separare, discernere, giudicare, valutare. Se nell’accezione comune il termine ha poi assunto una sfumatura negativa, sinonimo di peggioramento, è giunta l’ora di restituire alla “crisi” i suoi meriti. Un momento di crisi infatti implica anche un istante di riflessione e valutazione, un momento in cui diventa obbligatorio fermarsi, e capire come cambiare. Il cambiamento può allora diventare sinonimo di miglioramento e rinascita.

Questa rivalutazione del concetto di “crisi” sembra allora essere diventata la chiave di volta di quegli editori che hanno avuto il coraggio di fermarsi e riflettere, per cambiare e migliorare. Ecco allora che, almeno per una volta, la scelta di puntare sulla qualità a scapito della quantità sembra avere la meglio. È quanto emerge dalla storia De Piante, fondata dall’imprenditrice Cristina Toffolo De Piante, con la collaborazione dei giornalisti Luigi Mascheroni e Angelo Crespi per la curatela editoriale.

La lettrice, Federico Faruffini, 1864-65
La lettrice, Federico Faruffini, 1864-65

Angelo Crespi racconta le poche, semplici e “rivoluzionarie” scelte della neonata casa editrice.

Quella che chiamiamo crisi del libro e della lettura è soprattutto una crisi dei modelli di distribuzione. E infatti a dimostrarlo ci sono tante avventure editoriali che puntano sul prodotto libro e sulla qualità dell’offerta culturale. Alcune grandi case editrici sono costrette a fatturare, quindi a produrre senza sosta novità su novità. Lavorare come noi su pochi titoli, di grande qualità e su piccole tirature ci permette di non infilarci in quel circolo vizioso che sta soffocando le grandi.

Ecco allora che una tiratura limitata di 250 esemplari, la scelta di una copertina d’artista, ed altre piccole decisioni “di nicchia”, stanno permettendo alla De Piante di rivolgersi ad un pubblico sì ristretto, ma non elitario. Un piccolo gruppo di “resistenza letteraria”, che apprezza il piacere di un libro “bello”.

Perché, come diceva Jules renard, «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice».

Marta Vassallo per MifacciodiCultura

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