“L’arte non è una faccenda di persone perbene”: Lea Vergine e la bellezza dell’anticonformismo

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L’arte non è una faccenda di persone perbene: Lea Vergine e la bellezza dell’anticonformismo

"L'arte non è una faccenda di persone perbene": Lea Vergine e la bellezza dell'anticonformismo

Nella sera del 13 dicembre si è svolta una conferenza molto interessante presso NonostanteMarras, concept store dello stilista di Alghero Antonio Marras situato a Milano in via Cola di Rienzo 8. L’appuntamento ha visto al suo centro un’illustre ospite: la critica d’arte Lea Vergine. Accompagnata da Patrizia Marras (moglie dello stilista) e Francesca Alfano Miglietti (saggista di arte contemporanea, esperta di linguaggi visivi), è stata da loro intervistata sul suo ultimo libro L’arte non è una faccenda di persone perbene, edito da Rizzoli quest’anno.

Un testo sulla propria vita e personalità, entrando così innanzitutto nel passato doloroso della critica, di cui fatica ancora oggi a parlare. Infatti passò l’infanzia allevata dai nonni a Napoli (dove nacque il 5 marzo 1936), dopo essere stata sottratta alla madre ed aver perso prematuramente il padre. Una situazione in cui si trovò spesso in conflitto con coloro che l’accudivano, nonostante la loro condizione di famiglia benestante, a causa della sua grande spontaneità emotiva e del suo immenso spirito creativo. Non a caso, dopo essersi iscritta a Filosofia in seguito alla maturità classica, a 19 anni lasciò subito l’università per darsi alla scrittura, la sua grande passione e dote nativa.

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Lea Vergine a Milano con esponenti del sistema artistico cittadino, 1980

Coniugò questo interesse con il suo amore per l’Arte, in fattispecie per i fenomeni moderni e contemporanei: cominciò a conoscere innanzitutto la realtà italiana dell’arte cinetica (in cui poi avrebbe incontrato il futuro marito Enzo Mari), nonché quella dell’astrattismo spazialista di Lucio Fontana. Lo fece inoltre organizzando mostre ed eventi, destando scalpore per i forti stereotipi di genere del tempo. Basti pensare all’episodio delle “gambe da trecentomila lire”. Nel 1960 Vergine curò una conferenza pubblica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli sulle tendenze astrattiste ed informali del periodo, presentandosi dietro un tavolo aperto, da cui si vedevano le sue gambe. A causa di questa scelta il giornalista de L’Unità Paolo Ricci scrisse che la gente era venuta in massa soltanto per vedere il fisico della studiosa, la quale rispose direttamente con una querela. Andata in tribunale, il giudice le chiese di fargli vedere le proprie gambe: una volta che quest’ultimo decretò che non avevano alcunché di speciale, vinse il processo ricevendo un compenso di trecentomila lire.

il-libro-sulla-body-art-di-lea-vergineQuesto è solo uno dei tanti aneddoti sulla vita di Lea Vergine, che si fece ancora più movimentata ed attiva quando si spostò negli anni Sessanta prima a Roma e poi a Milano. Una scelta dettata dalla volontà di uscire dal contesto troppo accademico di Napoli, in cui ogni innovazione dipendeva fortemente ancora da stilemi classicisti, nonché dall’appoggio clientelare dei politici democristiani locali. Entrò così in diretto contatto con le due capitali delle Seconde Avanguardie, risultando anche prima in Italia ad analizzare il fenomeno della Body Art. Interagendo con questo linguaggio rivoluzionario basato sul corpo si diede anche all’attivismo politico nelle file del movimento femminista. Vide poi la crisi economica degli anni Settanta e le tensioni sociali accompagnate dal terrorismo; infine negli Ottanta assistette all’ultimo grido estetista della Milano da bere, in cui l’attività delle gallerie contemporanee era tornata ad essere incessante grazie anche al sostegno prima del sindaco Tognoli e poi di Pillitteri.

Questo per finire nel caos del mercato dell’Arte di oggi, in cui non ci sono più committenti chiari ma solo acquirenti e speculatori. Un contesto in cui la lezione di Lea Vergine è di amare l’Arte contemporanea nella sua intrinseca bellezza: non una bellezza meramente d’impatto o visiva, bensì estetica nel senso più alto del termine. Arte come sentimento della verità, indipendentemente dalle catene del Potere e della Cultura stessa; Arte dunque come un fenomeno di pensiero, non conformista verso i costumi dominanti.

Insomma, non una “faccenda di persone perbene”.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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