I Grandi Classici – Canto di Natale di Charles Dickens: messaggio universale che pochi sentono

I Grandi Classici - "Il Canto di Natale" di Charles Dickens: messaggio universale che pochi sentonoAndrew Taylor lo ha inserito nell’elenco dei 50 libri che hanno cambiato il mondo, elencati nel libro dal criptico titolo I 50 libri che hanno cambiato il mondo: quindi, se lo ha detto Andrew Taylor (mica Salvini o Hadinolf) ci sentiamo confortati & autorizzati a prenderlo in considerazione come un Grande Classico, ché altrimenti non avremmo mai osato. Resterebbe da scoprire chi sia Andrew Taylor e chi gli abbia mai chiesto di «raccogliere la sfida di elencare le opere che hanno modificato per sempre il corso della Storia», ma non è questo il punto, né il luogo, né l’occasione.

E per inciso, non esistono libri che abbiano cambiato il corso della Storia, o almeno non libri veri.

Era proprio ciò che più lo rallegrava. Farsi largo a spintoni nelle affollate strade della vita, allontanando da sé ogni umana simpatia, costituiva quello che i buongustai chiamano il bocconcino del prete.

Basterebbe quanto sopra, a nostro immodesto avviso, per far assurgere il Canto di Natale di Charles Dickens nell’Olimpo degli innumerabili Grandi Classici di tutti i tempi: ma l’agile volumetto dello Zio Charlie contiene ben altro, e la sua influenza, seppure non abbia cambiato di un micro-zirillione di parsec il corso della Storia, è altresì di tutt’altra portata.

goro3_mgzoom-1Scritta nel 1843 e pubblicata il 19 dicembre dello stesso anno, la storia del vecchio marpione Ebenezer Scrooge potrebbe essere stesa oggi con sentita dedica agli abitanti di Goro e Gorino (ve li siete già forse dimenticati?), ma anche a Salvini e tutta la Lega, o alle senatrici di sinistra (?) che invitano la gente ad accendere mutui bancari per sopravvivere: «se preferiscono la morte – disse Scrooge – che muoiano, e riducano la popolazione in eccesso. E comunque, scusatemi, ma non mi occupo di queste faccende». Precedente illustre quanto apocrifo, l’invito a cibarsi di brioches.

Ma una dedica potremmo iscriverla anche a Biagi, Fornero e CgilCislUil, pensando ai mirabili passaggi in cui Dickens descrive “l’impiegato” di Scrooge: il quale in versioni successiva ha nome e si chiama Cratchit, ma inizialmente è anonimo come è giusto che sia, poiché il proletariato è il nemico e una delle regole dell’Arte della Guerra è che il nemico va disumanizzato, quindi spersonalizzato. Non che il capitale abbia difficoltà in tale senso: «once I made you rich enough / rich enough to forget my name», canta Bruce Springsteeen. In ogni caso, nel primo capitolo c’è un bellissimo passaggio in cui il Cratchit anonimo tenta di scaldarsi alla fiamma di una candela (ma non ha sufficiente fantasia) e sovviene, anche perché il carbone è riservato a Scrooge stesso, un regolamento ottocentesco per il quale in una determinata azienda di trasporti ogni impiegato era tenuto da contratto a portare ogni giorno al lavoro un secchio di carbone per il riscaldamento. Certo, erano tempi in cui non esistevano i CCNL, ma confidiamo che a breve grazie all’azione sindacale sapremo tornare agli stessi livelli dei gloriosi tempi di Furore.

I Grandi Classici - "Il Canto di Natale" di Charles Dickens: messaggio universale che pochi sentonoSemplice, diretto, intriso di una lieve quanto feroce e sferzante ironia, il racconto di Dickens ben esemplifica le condizioni socioeconomiche della sua Inghilterra – non solo nel Canto di Natale, naturalmente – ma trattando di archetipi da un lato ed indulgendo ad un universale patetismo strappalacrime dall’altro (come impianto narrativo, non come significato sociale) è subito uscito dai confini albionici per diventare un paradigma e trovare più e più epigoni. Uncle Scrooge, ricordiamo, è il nome originale dell’avaro dei fumetti per antonomasia, ossia il disneyano Zio Paperone: e da qui ognuno può partire a cercare gli -n riferimenti/citazioni/film/sceneggiati e opere assortite che in un modo o nell’altro rendono omaggio al genio di Charles Dickens e a quello che, diciamolo a chiare lettere, è uno dei suoi capolavori, e sicuramente il più onirico e toccante. Di tutta la mole di lavori tratti dal Canto, vogliamo ricordare quello disneyano del 1983, il Canto di Natale di Topolino appunto, e menzioniamo anche il parodistico SOS Fantasmi in cui lo Scrooge di turno è interpretato da un efficacissimo Bill Murray: il titolo idiota ovviamente trae in inganno – il titolo originale è Scrooged, magari intraducibile letteralmente, ma così è osceno – ma gli insipienti distributori italiani vollero evidentemente cavalcare l’onda di Ghostbusters, ma il film è comunque una commedia brillante che dimostra come dal testo dickensiano si possa trarre qualunque cosa, persino in chiave umoristica.

Nondimeno, dobbiamo osservare anche il limite di tale ghost story (eh già, perché fondamentalmente il Canto di Natale è, anche, una storia di fantasmi, delle quali possiede a tratti tutti i crismi descrittivi): ed è la visione in chiave meccanicistica del pentimento. Un diacono una volta mi disse che per non andare all’inferno è sufficiente il sacramento della confessione comminato da un sacerdote abilitato (mai un obiettore di coscienza tra di loro): di fronte al Fantasma dei Natali Futuri, Ebenezer si pente e si spaventa come non era stato possibile difronte ai due precedenti. Ma si sa, la questione con l’Homo Sapiens, specie della varietà borghese/mercantile, non è il male fatto ma la possibilità di dover pagare per esso: ecco che l’uomo più ricco del cimitero si ravvede, ma non certo per una questione etica o morale.

I Grandi Classici - "Il Canto di Natale" di Charles Dickens: messaggio universale che pochi sentonoMa questa bassezza inficia in qualche modo il valore dell’opera di Dickens? Probabilmente no. O meglio, assolutamente no: in un’epoca in cui gli orfanotrofi erano dei lager, il lavoro era schiavitù, c’erano le Union Workhouses, i Mulini e la Legge sui Poveri (nel 1834 una Legge prevedeva che non ci fosse alcun tipo di sostentamento a coloro che fisicamente erano in grado di lavorare: per carità, non ditelo alla Sinistra italiana), Charles Dickens si erge con una statura morale immensa a denunciare tutto ciò, e lo fa con una voce talmente stentorea che lo sentono tutti gli inglesi, gli anglofoni e poi tutto il mondo, e lo continuano a sentire a distanza di oltre 170 anni – ma non in Padania, ça va sans dire. Come si diceva all’inizio, i libri non cambiano la Storia, che si ripete stolidamente e ferocemente.

L’importante è che ai primi di dicembre iniziamo con le pubblicità natalizie, le decorazioni, gli avidi desideri che mandano avanti il mondo: presto ci aspettano le lacrimucce con James Stewart.

Tanti consumistici auguri di un ipocrita Natale e un menefreghista anno nuovo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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By on dicembre 16th, 2016 in Articoli Recenti, BOOK Crossing

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