“Chiedi alla Luce”, il Grande Romanzo Americano di Tullio Avoledo da Valvasone

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Chiedi alla Luce, il Grande Romanzo Americano di Tullio Avoledo da Valvasone

imageÈ necessario coraggio per scrivere: un coraggio hemingwayiano per scrivere sé stessi, per “scriversi giù la testa” come metaforizza Stephen King; un coraggio di diversa natura, ma di intensità che può essere pari o addirittura superiore. In fondo, qualsiasi cosa si scrive, se si è sinceri, si scruta sempre dentro l’abisso e vi si trovano degli occhi più o meno spaventosi.

Tullio Avoledo ha questo coraggio. E anche noi dobbiamo averne altrettanto, perché lo scrittore merita un trattamento di prim’ordine – e sempre in tema di coraggio, ce ne vuole per dire male di un libro, ma ce ne vuole molto di più per dirne bene: perché ci si scontra col dubbio interiore di non essere abbastanza oggettivi, o professionali, o col timore di venir tacciati di campanilismo, di partigianeria, di essere prezzolati.

Invece, dobbiamo avere il coraggio di dire chiaramente che Tullio Avoledo, anni 60 il prossimo primo giugno, nativo di Valvasone in provincia di Pordenone ha il passo dei grandi autori, di quelli che oltre oceano aspirano a scrivere il Grande Romanzo Americano: e ci urge dirlo sulla scorta della lettura di Chiedi alla luce, il suo ultimo romanzo nelle librerie già da un po’, edito da Marsilio.

Dentro un abisso scruta anche Gabriel, il protagonista del romanzo: che è un architetto di fama mondiale – o archistar che dir si voglia attualmente – alle prese con un tumore in fase terminale; oppure un arcangelo, Gabriele appunto, che lavora all’imminente fine del mondo e relativo Doomsday. Da questo riassunto estremamente sommario, si capisce bene che ci troviamo di fronte ad un’opera in cui i piani narrativi si intrecciano: a questo, però, si deve sommare il fatto che ci troviamo anche alle prese con un romanzo di viaggio, a sua volta su più piani – un viaggio fisico che un Gabriel archistar inizia per poi ritrovarsi frammisto al Gabriel arcangelo, in una confusione favorita volutamente dall’assonanza, un viaggio spazio-temporale in una serie di tragedie storiche.

libro-chiedi-alla-luce-1Avoledo, insomma, ha costruito una storia che è un dedalo, un labirinto in cui via via che scorrono le pagine, con una sorta di inversione rispetto alla prassi romanzesca, le certezze diminuiscono invece di aumentare. Eppure una storia c’è, anche se è difficile raccoglierne i fili e trarne il senso dello  svolgimento della trama. Trama che di per sé è anche esile, se vogliamo considerare che gli episodi storici in cui Gabriele-arcangelo è presente appaiono alla fine come i quadri staccati di un film del Méliès maturo: l’assedio di Budapest, la strage degli insorti della Comune di Parigi, le fucilazioni al poligono di tiro di Butovo, l’eccidio di Minsk; ma anche drammi privati, come quello di un regista pedofilo o soprattutto quelle di un cantante uxoricida.

Ci siamo esposti, asserendo che Tullio Avoledo meriti di un posto tra i grandi narratori: la frammentarietà (apparente, ma di un’apparenza persistente) della trama non ci consentirebbe di paragonarlo ad un John Irving o di un Updike; ma vogliamo farci del male, ed andare contro al principio, che sottoscriviamo, di Ennio Flaiano, per cui spiegarci con un esempio implica il non capire più niente, e paragoniamo Avoledo ad alcuni grandi quali il Don DeLillo di Cosmopolis, lo Ian McEwan di Cortesie per gli ospiti, il Bret Easton Ellis di Glamorama e Lunar Park, il Paul Auster di – soprattutto – Trilogia di New York.

Quanto sopra, sia detto al solo scopo di spiegare qual sia il respiro del dodicesimo romanzo di Avoledo, assurto agli onori della cronaca letteraria nel 2003 con L’elenco telefonico di Atlantide: ovviamente, al di là di un successo notevole quanto immediato, lo scrittore si è affinato, e Chiedi alla luce (nessun omaggio al John Fante di Chiedi alla polvere, ma una citazione da Ovidio) ne è la prova; ma è anche un caso di sospetta autobiografia, almeno etica e morale, sospetto avvalorato anche dal fatto che il viaggio termina a Valvasone, che la narrazione è in prima persona e intrisa di considerazioni e valutazioni (etiche e morali e storiche), che il tempo verbale del libro è imperniato sul  presente indicativo.

Le suggestioni, che sono tematiche, che sono suggestioni? Innumerevoli: da Dickens a Eleanor Rigby, da Conrad al blues, dai gatti («nessuno ha mai davvero posseduto un gatto») infernale gelido come l’Indifferenza (quale, indifferenza?), la stanchezza della vita («il fatto è che sono stanco dell’umanità […] ci ho provato ad innamorarmi della vita, a immergermi nel fiume caldo di sangue e respiri e passioni e sconnessi desideri che animano e fanno muovere queste marionette») e la necessità di fare poesia, da Alfons Mucha all’epica classica, dagli alberi di mela piantati sopra le fosse comuni alla riconduzione dell’umanità a quattro tipologie, dal fumetto alla fantascienza (entrambi basilari nella formazione di Avoledo). Elenco assolutamente non esaustivo, che interrompiamo per lasciare il compito al lettore di rintracciare tutte le briciole di pane seminate da Avoledo.

Chiedi alla Luce, il Grande Romanzo Americano di Tullio Avoledo da Valvasone
Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino (1987)

Arcangelo umano, Gabriel compie un viaggio dantesco nel cuore di tenebra della natura umana e contemporaneamente uno sociologico nella nostra epoca, giudicata severamente, che appare come una sfilata di fotocopie in carne e ossa proprio nel momento in cui, fintamente, ognuno di noi pensa titanicamente di essere portatore sano di una straordinaria, singolare unicità. Alla fine, si rimane soli, a pensare ad una Rosebud, che in Chiedi alla luce assume l’aspetto di una biglia, perché il romanzo di Avoledo è di dichiarata lotta alla bruttura e brutalità, ma anche di riconciliazione verso le ambizioni più artefatte: «La fama, la gloria, prima di realizzarsi non sono che assegni postdatati, che spesso poi risultano scoperti».

Un film di Wim Wenders su carta, ma ora possiamo ben dire che oltre che nelle poesie di Rilke e nei cieli sopra Berlino, gli angeli vivono sulle pagine di Avoledo. Con Chiedi alla luce, Tullio Avoledo ha realizzato insomma un’opera dura, difficile, ardua da scalare, ma che andava fatta: perché nessuno legge poesie, di questi tempi, ma non è un buon motivo per non scriverne.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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