“The Vulgar: Fashion Redefined”: Londra indaga sula volgarità nella moda

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The Vulgar: Fashion Redefined: Londra indaga sula volgarità nella moda

The Vulgar: Fashion Redefined è la mostra in essere alla Barbican Art Gallery di Londra che rimarrà esposta fino al 5 febbraio 2017. In gioco ci sono la moda e i suoi meccanismi, il continuo rimescolio di tendenze e novità. La grande domanda che sottende l’esibizione è: cosa rende il volgare tale? Quando una cosa è alla moda e quando, invece, è solo brutta? Qual è la sottile linea che divide e discrimina dalla volgarità e il kitsch?

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John Galliano for Christian Dior Spring/Summer 2005, Haute Couture © Guy Marineau

La curatrice Judith Clark, insieme allo psicoanalista Adam Philips, hanno riunito 120 pezzi che spaziano dagli abiti di crinolina del Rinascimento fino alla moda attuale del nostro secolo. Non solo abiti, ma accessori di moda, manoscritti, shooting fotografici, film: tutta la moda, nel vero senso della parola, viene esaminata e accostata per dimostrare una grande verità del mondo del fashion.

Ciò che un anno è out l’anno dopo, o nel tempo, è totalmente in.

In particolare, qualcosa che viene considerato volgare, eccessivo, totalmente fuori dai canoni estetici di quel momento storico, può diventare qualcosa di alta moda in un periodo diverso. Ad esempio, i visitatori di The Vulgar: Fashion Redefined si possono trovare diversi mantua, abiti molto in voga da fine Seicento a tutto il Settecento, larghi più di 2,5 metri. Ovviamente, nel XVIII secolo la grandezza e la pomposità dell’abito erano segno distintivo del rango nobiliare di chi li indossasse: la mente va subito ai grandi ritratti dei regnanti europei, soprattutto francesi, nonché alle regine inglesi, tutti adornati di sfavillanti abiti ricchi di crinoline, sete e ampie gonne. Oggi, un abito largo quasi tre metri sarebbe non solo volgare, ma quasi al limite della follia. Sarebbe, per essere puntuali, altamente pacchiano.

Eppure, nel suo secolo, un abito del genere era un simbolo di eleganza, oltre che di ricchezza. E sono proprio queste forme che riprende ad esempio Galliano per Dior, i cui pezzi sono parte della mostra, portando sulle passerelle di tutto il mondo ampi abiti dal sapore Settecentesco, tra damasco e corsetti. Un colpo di genio o solo l’ennesimo colpo di testa di uno stilista?

Non è un caso che l’esibizionismo sia un tema della mostra, simbolo proprio di quanto la volgarità ceda spesso il passo all’eccesso.

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Viktor & Rolf Emma ensemble, Van Gogh Girls collection Spring/S ummer 2015, Haute Couture © Team Peter Stigter

Ma un altro grande tema che si accompagna alla volgarità, soprattutto con l’avvicinarsi alla modernità, è il rapporto che lega questa – e di conseguenza la moda – a quanto venga esposto o meno del corpo. Ci sono le calze e i pizzi che scoprono e coprono contemporaneamente il corpo di Louis Vuitton, oppure il famosissimo tits top di Vivienne Westwood, altra grande firma della moda che ha sempre viaggiato, se non controcorrente, per lo meno con ampio spirito di riadattamento dei trend del momento.

Vestiti che ricordano e rielaborano il corpo umano, come la gonna elefante di Walter van Beirendonck (ritengo universalmente comprensibile il riferimento fallico) o il cappello di Sephen Jones, composto da due enormi labbra gonfiabili da porsi sul capo, ancora per Galliano. Due pezzi molto famosi, nonché iconici: ma chi, effettivamente, utilizzerebbe due grandi labbra rosa shocking per ripararsi la testa dalla pioggia o, peggio, per andare ad un matrimonio?

Vestiti che rielaborano il corpo, ma anche rielaborano l’arte, come il famoso Mondrian Dress di Yves Saint Laurent (non l’originale in mostra): solo kitsch oppure un vero tocco di classe? Lo stesso dicasi per la collezione Van Gogh Girls  di Viktor & Rolf.

Per The Vulgar: Fashion Redefined Nnon potevano certo mancare poi dei pezzi di Moschino che, negli anni, ci ha abituato a pezzi di moda che tutt’oggi ancora lasciano aperto il dubbio: genialità o immondo orrore? Vestiti rosa fluo con il logo di Barbie, oppure un’intera collezione ispirata a Mc Donalds. Per non parlare di quella deliziosa idea di utilizzare un pacchetto di sigarette come forma per abiti e accessori, portando in scena addirittura una modella vestita di un abito da gala bellissimo ma pieno di bruciature.

Anche Chanel ha fatto una cosa molto simile, in collaborazione con un luminare come Karl Lagerfeld: una tuta rosa piena di buchi, come quelli che facevamo da giovani sui collant per sembrare più punk.

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John Galliano, created by Stephen Jones. Inflatable Lip Hat, Spring/Summer 2005, Ready – to – wear Courtesy Associazione Culturale Anna Piaggi

Siamo di fronte a geniali colpi di moda, che magari il volgo non riesce a capire? Oppure è proprio la volontà di scandalizzare il pubblico, portando il trash sulle passerelle solo per stupire? Alla fine, è innegabile, la moda è un arte strettamente legata al pop, alle persone di tutti i giorni. Forse quelle che, anche se avessero i soldi per un abito di alta moda, non li spenderebbero mai per una gonna elefante. Come ogni arte, dopotutto, anche il fashion vive di scandalo, di contraddizione e di continuo riciclo di idee dove, come si suol dire, si necessita il colpo di Genio per arrivare a far parlare di sé.

Ma quindi, questa volgarità, esiste? O è un concetto labile nel tempo, continuamente soggetto al cambiare del gusto estetico, ben lontano da quei canoni che gli antichi Greci vollero stabilire per definire il bello?

Come la storia dell’Estetica ci ha insegnato, ben prima che Baumgarten le desse questo nome, è difficile decidere se vi siano cose oggettivamente belle, o se tutto sia soggetto alle nostre interpretazioni.

Si potrebbe opinare che, alla fine, la gonna elefante non sarà mai bella, ma sempre volgare.

Ma nel ricordarci che il kitsch e il volgare non siano la medesima cosa, bisogna anche sottolineare come quegli abiti che Galliano ha voluto imitare, e che oggi ci fanno quasi ridere, nel Settecento erano l’alta moda. Erano il potere, la ricchezza.

Chi lo sa che un giorno il tits top non venga considerato simbolo di una generazione ribelle, ironica e oltre ogni pregiudizio e tabù? O forse rimarrà il simbolo della decadenza della moda abbandonata alle fashion blogger…?

Come si suol dire: ai posteri l’ardua sentenza.

Le grandi firme per The Vulgar: Fashion Redefined.

Michael Barnaart van Bergen , Walter Van Beirendonck, Manolo Blahnik, Hussein Chalayan, Courrèges, Christian Dior, Erdem, John Galliano, John Galliano for Dior and Maison Margiela, Jean Paul Gaultier, Rudi Gernreich, Nicolas Ghesquiére for Louis Vuitton, Madame Grès, Iris van Herpen, Pam Hogg, Marc Jacobs for Louis Vuitton, Charles James, Stephen Jones, Mary Katrantzou, Sophia Kokosalaki, Christian Lacroix, Karl Lagerfeld for Chloé and CHANEL, Lanvin, Andrew Logan, Maison Martin Margiela, Malcolm McLaren, Alexander McQueen for Givenchy, Alessandro Michele for Gucci, Miu Miu, Takashi Murakami, Paul Poiret, Prada, Agent Provocateur , Gareth Pugh , Zandra Rhodes, Russell Sage, Yves Saint Laurent, Schiaparelli, Jeremy Scott for Moschino, Raf Simons for Dior, Riccardo Tisci for Givenchy, Philip Treacy, UNDERCOVER (Jun Takahashi), Viktor & Rolf and Vivienne Westwood.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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