Mario Dondero e il reportage umanamente storico

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fotografie-mario-dondero-624717Si è spento il 13 dicembre 2015 all’età di 87 anni, nei pressi della sua adorata Fermo, Mario Dondero, il maestro del reportage dall’anima umanamente storica. Fermo era la sua sede, ma fermo non era certo il suo temperamento, come non lo erano la sua caparbietà e la sua curiosità, costantemente prese dalla ricerca della verità: Dondero era “cacciatore” delle caratteristiche più schiette di quel grande teatro che è la vita. Egli guardava a nomi quali Robert Capa e Henri Cartier-Bresson pensando sempre alla fotografia come a quell’esperienza in cui bisogna «mettere sullo stesso asse, occhio, testa e cuore».

Nato a Milano il 6 maggio 1928 ma di origini genovesi (di qui la sua appassionata fede per il Genoa), Mario Dondero entra a 16 anni nelle brigate partigiane della Val D’Ossola: «Diventare partigiano era la scelta più naturale che un cittadino onesto dovesse fare». Poi, a Milano, è protagonista della stagione straordinaria del Bar Jamaica, in cui in Brera si viveva la «vita agra», piena di speranze e sogni raccontata da Luciano Bianciardi. Già allora Dondero è a suo modo un personaggio: amico di Piero Manzoni, Lucio Fontana, Camilla Cederna, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli, Uliano Lucas, Alfa Castaldi, Gianni Berengo Gardin, per tanti è un vero mito.

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Pasolini e la madre, 1962

Altro sfondo significativo è Parigi: la Rive Gauche, il Sessantotto, le piazze, le lezioni di Marcuse, le riunioni di Le Monde, i ritratti di Sartre e Simone de Beauvoir. Poi torna Italia, per ripartire sempre, senza sosta.

L’interesse verso i temi civili, lo conduce ad una riflessione artistica profonda: girare, guardare, avendo come alibi l’obiettivo, raccontare la storia, quella vera, quella dalle mani insanguinate di chi ha creduto nella patria, quella dalle immagini in bianco e nero, che bene espongono la tragicità di eventi freddi o che hanno capovolto le sorti di un popolo. Dondero non cattura con lo scatto un tempo determinato, ma tutto ciò che quel dato tempo avrà da raccontare ai posteri, come lezione, riferimento storico, sociale e culturale. Più che un fotografo dà quasi l’immagine di sé al pari di un manuale di storia che non si limita all’esposizione sintetica ma alla messa in opera di una valutazione profonda dell’evento accaduto. Le sue fotografie vanno analizzate in profondità, nulla va tralasciato, dalle sfumature ai soggetti ritratti, dai luoghi al momento storico che li contiene, il tutto come input per un approfondimento di ricerca documentaria.

Un collezionista di incontri con poeti, registi, giornalisti, artisti, persone comuni: tutti volti da raccontare, tutte storie cariche di un vissuto singolare e preciso. Ma sono soprattutto i volti delle donne ad attrarre Dondero, che nelle sue mani diventavano luminosi sorrisi ammaliati dal suo fare quasi sciamanico.

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Il Nouveau Roman

Vissuti, sogni e disincanti, poesia e fotografie costituiscono la “componente Dondero”. Questa fece nascere, con una sua ormai celebre immagine (come sancì Alain Gobbe Grillet), Il Nouveau Roman, la corrente che sovvertì i codici letterari del secondo Novecento. Fu proprio di Dondero l’idea di chiamarli e fotografarli così, non in posa, quasi come un gruppo di amici che si incontravano per caso. Ancora, la “componente Dondero” fu il motore di amicizie con diversi scrittori e artisti: Alberto Moravia, Goffredo Parise, Giosetta Fioroni, Laura Betti, Pier Paolo Pasolini, Mimmo Rotella, per citare solo qualche nome.

Mario Dondero è colui che ha vissuto la sua vita in bianco e nero inseguendo sogni e ideali, lo stesso che volentieri, contro ogni costrizione fisica, avrebbe lasciato quel letto che lo inchiodava “Fermo” per correre ancora libero dietro alla realtà, perché lui la vita l’ha inseguita davvero.

Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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