Giganti antropofagi e dei della morte: il lato oscuro dei manga

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Giganti antropofagi e dei della morte: il lato oscuro dei manga

Attack On Titan
Attack On Titan

«To you, 2000 years from now» è il folgorante incipit di Attack On Titan (in lingua originale, Shingeki no Kyojin; in italiano, L’attacco dei Giganti), il manga di Hajime Isayama la cui eco si è espansa ben al di là dei confini del Giappone, che si rivolge a noi. Noi che leggiamo, noi che guardiamo, noi che assistiamo agli eventi senza poter agire. A noi, tra 2000 anni nel futuro? O noi che viviamo 2000 anni indietro, nel passato? Quando e dove si colloca, esattamente, la vicenda narrata? È un medioevo alternativo o un futuro distopico? Le connotazioni spazio-temporali si perdono, e tutto ciò che rimane è l’ultimo baluardo dell’umanità che lotta per la propria autoconservazione. Un’umanità trincerata dietro a tre cerchia di mura concentriche (Wall Maria, Wall Rose e Wall Sina), per difendersi dal mondo esterno. Perché il mondo esterno è spaventoso. E le paure assumono forme mostruose.

È l’anno 845, quando le speranze degli uomini vengono di nuovo spezzate. Un Titano alto 60 metri compare dal nulla e apre una breccia nelle mura più esterne, per poi svanire misteriosamente. E a quel punto, non c’è più scampo: loro arrivano. Sono Giganti di dimensione minore, grotteschi e stilizzati; si riversano nella città e hanno un solo scopo: mangiare gli esseri umani. Ma che cosa sono, esattamente, i Giganti? Da dove provengono? Per quale motivo si cibano di uomini, se possono sopravvivere senza nutrirsi?

Attack On Titan
Attack On Titan

Più si procede con la narrazione, più una strana sensazione rischia di insinuarsi nel lettore: forse, le differenze tra umani e Titani non è così netta. E cosa succederebbe se, poi, a divorarsi a vicenda fossero gli stessi esseri umani, divisi dalla classe sociale, dal credo, dalla terribile – ma necessaria – volontà di sopravvivere? Se essi si isolassero non solo dal mondo esterno – il mondo che Eren, il protagonista, desidera ardentemente esplorare – ma anche da se stessi; se a dividerli, se a dividerci, non fossero solo le mura concrete, ma barriere che si innalzano dentro di noi, per dividerci gli uni dagli altri?

Il tratto rapido, quasi grezzo di Isayama (che raggiunge un incredibile livello di dinamismo nell’anime); l’enfasi sulla violenza e lo splatter; un’atmosfera cupa, soffocante ed opprimente; una narrazione semplice, ma che non risparmia colpi di scena: elementi che hanno reso questo manga, pubblicato dal 2009, un fenomeno di portata mondiale. Il successo di Attack On Titan è un (ennesimo) dato che fa dubitare della presunta superficialità spesso attribuita al fumetto (giapponese, in particolare). La serie può ormai accostarsi a titoli celeberrimi quali Dragon Ball, Naruto, Bleach, One Piece, insomma, i più grandi manga shōnen (per shōnen si intende quel genere di manga rivolto ad un target maschile, dall’età scolare alla maggiore età).

Death Note
Death Note

I toni inquietanti, intrisi di sofferenza e disperazione, dell’opera di Isayama, riportano però più alle oscure trame di Death Note, altro manga ormai diventato di culto, la cui prima edizione fu pubblicata in Giappone dal 2003 al 2006. L’anime di Death Note, tra l’altro, è stato diretto dallo stesso regista di quello di Attack On Titan, Tetsurō Araki. Death Note, però, si staglia come shōnen atipico per il suo impianto narrativo altamente cervellotico e verboso, in cui l’azione è più mentale che effettiva e in cui le battaglie sono più giochi di strategia. Se Attack On Titan si può inserire nel genere del manga di azione, che sfocia nell’horror e nel fantasy distopico, Death Note, scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata, è una detective story, un thriller psicologico, che, ancora una volta, presenta elementi sovrannaturali: gli shinigami, dei della morte della mitologia nipponica, rappresentati da Obata in modo mostruoso quanto caricaturale; divinità (non sempre) neutrali, che giocano con le vite degli umani per sfuggire alla noia. Ed è proprio uno shinigami, Ryuk, ad innescare l’azione: un giorno decide di lasciar cadere sulla Terra un Death Note, all’apparenza un semplice quaderno dalla copertina nera, che però nasconde un potere terribile: «L’umano il cui nome verrà scritto su questo quaderno morirà», recita la prima regola. Gli dei della morte lo utilizzano per uccidere gli umani, allungando la propria vita dello stesso numero di anni che rimanevano da vivere alla persona uccisa. Ma cosa succederebbe se fosse un essere umano ad entrare in possesso del quaderno? Se in Attack On Titan è ancora possibile individuare un potenziale eroe – seppur fortemente compromesso dalla sua stessa natura – in Death Note la questione è decisamente più controversa. Light Yagami, il giovane studente modello che trova il Death Note e decide di utilizzarlo per purificare il mondo dalla criminalità, è un dio o un folle? Da che parte sta la giustizia, e cosa significa, davvero, “giustizia”?

Dei della morte e titani antropofagi sono elementi del fantastico che però non sminuiscono il devastante realismo dell’intensità e della drammaticità di due storie che sanno incollare il lettore fino all’ultima pagina. Sono materializzazioni di incubi, grotteschi spettri delle nostre paure che mettono in dubbio la nostra umanità.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

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