#EtinArcadiaEgo – Dante e l’insostenibile dolore infernale della Commedia

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#EtinArcadiaEgo – Dante e l’insostenibile dolore infernale della Commedia

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch’io non l’abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco

#EtinArcadiaEgo - Dante e l'insostenibile dolore infernale della Commedia
Dante e Virgilio nel Cocito

Queste terzine costituiscono l’incredibile incipit del XXXII canto dell’Inferno dantesco e sono nientemeno che un’ammissione di colpa. O meglio, una dichiarazione di incapacità.

Il lettore medio di sicuro salterebbe dalla poltrona, e non avrebbe tutti i torti, dato che si sta parlando della Divina Commedia, l’opera più ammirata e celebrata probabilmente in tutto il mondo. Un’opera che ha saputo porre un segno forte nella storia, tanto da diventare un riferimento per il prima e il dopo, ed è lo stesso Dante ad affermarlo proprio nella Commedia.

Eppure qui accade qualcosa di unico, qualcosa che nessuno avrebbe potuto aspettarsi: Dante Alighieri si dichiara “non abbastanza bravo”. Viene ora da chiedersi quale montagna sia statua troppo ardua per per Dante. Tuttavia, è proprio questa domanda a trarre in inganno: non è la salita a sconfiggere il Poeta, ma l’oscura e tremenda profondità. Il canto XXXII infatti è occupato dalla descrizione della landa gelata del fiume Cocito, situato nella parte più profonda della voragine infernale. Nel ghiaccio è immerso Lucifero, l’angelo dell’inferno, che disperatamente sbatte le ali creando un vento gelido che ghiaccia il fiume. Attorno a lui sono immersi tutti i traditori, i peccatori peggiori.

Il luogo è tremendo: i dannati urlano disperati, distrutti dal dolore e dalla pena. Alcune anime che si sfidarono in terra continuano la loro lotta nella morte, spogliati di ogni umanità, ogni compassione, ridotti a bestie senza alcuna traccia umana. Al centro, il Traditore ultraterreno, Lucifero, sfoga la sua ira aggiungendo dolore al dolore, costringendo i dannati a una visione che non possono sopportare.

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Gustave Doré

Dante si ritrova in questo luogo sovrannaturale, il più basso e misero del mondo, e si scopre incapace di descriverlo. Proprio lui, che è stato e sarà capace di arrivare a vedere Dio, viene sconfitto dalla tremenda bassezza del profondo inferno e si accorge di non possedere quelle «rime aspre e chiocce» che gli permetterebbero di rendere appieno ciò che ha provato.

Siamo nel momento di esatta antitesi alla suprema bellezza della visione di Dio: Dante userà metafore e similitudini per parlare dell’indescrivibile altezza del Signore. Qui, nell’altrettanto indescrivibile terrore del profondo inferno, si ritrova a riprodurre le urla dei dannati con parole più simili a onomatopee, quasi a voler lasciare che sia il suono stesso a parlare per lui.

Quello di Dante non è che un abbagliamento al contrario: non è l’incapacità di saper raggiungere, ma di saper scendere fino al più profondo tormento, a superare il confine fra l’umano e il disumano. In fondo, il Poeta ci ricorda di come lui sia solo un uomo, nei suoi limiti e nelle sue virtù, e che la Commedia non è altro che una “commedia umana”, con tutte le contraddizioni e limiti del caso. È un viaggio che ognuno di noi deve compiere prima o poi, per comprendere la realtà del bene e del male, soprattutto nei loro trionfi più alti così come nelle discese più rovinose. In una frase: Dante siamo noi.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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