Loro di Roma – Narciso: amarsi nell’arte

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Loro di Roma – Narciso: amarsi nell’arte

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Narciso, Pompei

Il termine narciso indica una persona vanesia, innamorata di se stessa. Come mai? L’origine di questa parola è da riferirsi proprio all’antica divinità greca divenuta famosa per la sua bellezza, Narciso appunto.

Il mito

Figlio del dio fluviale Cefiso e della ninfa Liriope, Narciso è insensibile all’amore e, nelle numerose versioni del mito, appare spesso incredibilmente crudele, disdegnando ogni persona che lo ami. Nel racconto di Ovidio, si narra che la ninfa Eco si innamorò perdutamente del giovane dio. Un giorno questa lo seguì nel bosco desiderosa di rivolgergli la parola ma era purtroppo incapace di parlare, perché costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le veniva detto a causa della punizione inflittale da Giunone. Narciso udì dei passi e gridò: “Chi è là?” E la ninfa rispose: “Chi è là?”” e così continuò più volte, finché Eco decise di mostrarsi al bel giovane, abbracciandolo. Narciso però, allontanò immediatamente e in malo modo la ninfa dicendole di lasciarlo solo: Eco, con il cuore infranto, trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto, finché di lei rimase solo la voce e gli dei, impietositi, la trasformarono in una roccia. La dea Nemesi, ascoltando questi strazianti lamenti, decise di punire il crudele Narciso, facendolo innamorare della sua stessa immagine riflessa in una fonte: fu solo quando realizzò che l’immagine riflessa era proprio la sua che Narciso si lasciò morire consumandosi, comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore. Quando le Naiadi e le Driadi vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, al suo posto trovarono un fiore a cui fu dato il nome narciso. Si narra inoltre che il dio, quando attraversò lo Stige – il fiume dei morti – per entrare nell’Oltretomba, si sia affacciato sulle acque limacciose del fiume, sperando di poter ammirare ancora una volta il suo riflesso.

Narciso nell’arte

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Caravaggio, Narciso (1597-1599)

Grazie al racconto di Ovidio è già all’epoca dell’Antica Roma che risalgono le prime raffigurazioni di Narciso. Nella sola Pompei infatti se ne contano più di quaranta! Questo perché probabilmente l’immediato tema della visualità che si lega al dio suscitò molto interesse in artisti e committenti: la maggior parte di queste prime rappresentazioni presenta Narciso intento ad ammirarsi e contemplare la sua bellezza. La situazione non cambiò molto in seguito: la maggior parte delle opere che ritraggono Narciso presentano infatti il giovane dio proprio intento a rimirarsi nel riflesso d’acqua. Sublime è la realizzazione del Narciso attribuito al Caravaggio. La genialità dell’artista è tutta nel rappresentare non un’immagine vista da un pittore fuori scena, bensì un’immagine che guarda se stessa riflessa nello specchio d’acqua. Ma non mancano straordinarie eccezioni nella scelta di rappresentazione del dio, come per esempio il desiderio di Dalí di catturare il momento finale del mito, quello della trasformazione e della metamorfosi in delicato fiore. Altri artisti invece furono particolarmente colpiti dalla coppia Eco e Narciso come per esempio nel 1903 John William Waterhous (immagine di copertina) e nel 1629-1630 Nicolas Poussin che decise di presentare le due divinità nei loro ultimi attimi di vita: Narciso, ormai moribondo, ha iniziato la sua metamorfosi in fiore mentre alle sue spalle la ninfa Eco si sta lentamente trasformando in roccia.

Il significato del mito

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Salvador Dalí, Metamorfosi di Narciso (1937)

Sembra ovvio ai più che il mito tenda a sottolineare l’impossibilità di far passare l’amore da un soggetto all’altro e il fatto che esso resti in qualche modo imprigionato, consegnato, racchiuso all’interno del singolo individuo. Narciso incarna l’identità assoluta che non conosce l’alterità (intesa come il diverso da sé), sa amare solo se stesso e tiene fuori dalla sua affettività il resto del mondo. Eco invece è al contrario l’alterità assoluta che non conosce l’identità, esiste solo in funzione di ciò che prova per l’altro e quando non viene corrisposta la sua vita perde ogni significato. È questa in un certo senso proprio la centralità del dramma, l’impossibilità di comunicare e di corrispondere dell’essere umano, uomo e donna che sia. Particolarmente toccante è poi il momento in cui Narciso capisce che per lui ormai c’è solo la morte, essendosi innamorato di se stesso: una consapevolezza che lo porterà tristemente ad esclamare:

Ma quello sono io! L’ho capito e non m’inganna più la mia immagine; brucio d’amore per me: accendo e subisco la fiamma. Che dovrei fare? Dovrei chiedere o essere chiesto? E che cosa poi chiederò? Quel che voglio è con me: la mia ricchezza mi fa povero. Oh, potessi separarmi dal mio corpo! Formulerà un voto inaudito per un amante: oh se ciò che amo fosse distante! Ormai il dolore mi sottrae le forze e non mi resta più molto da vivere, e mi spengo nel fiore della giovinezza.

L’Asino d’Oro – Associazione Culturale per MIfacciodiCultura

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