I Grandi Classici – “La signora delle camelie”: il vizio, romantico e ingenuo

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I Grandi Classici – La signora delle camelie: il vizio, romantico e ingenuo-1Il fenomeno è vecchio come il mondo: anzi, per meglio dire, come il mestiere più vecchio del mondo. Dopodiché, dobbiamo ammettere che mai nella storia mondiale aveva assunto dimensioni pandemiche come negli ultimi decenni: che la cortigiana, o meglio ancora la favorita del re (o della regina, se pensiamo ad esempio a sir Walter Raleigh) avessero un peso politico è cosa acclarata e piuttosto ovvia; successivamente, è sempre stato piuttosto evidente che per combinare affari era opportuno ingraziarsi la segretaria del capo prima ancora che il capo stesso.

Nondimeno, non era semplice prevedere quello che sarebbe successo: che la commistione sempiterna tra politica ed economia sarebbe diventata così fitta da permettere ai mercanti di accedere al tempio ed a Franco Battiato di asserire che il Parlamento è pieno zeppo di figlie di Ilio. D’altronde, ancora alla fine dell’800 la commistione tra recitazione e prostituzione non era poi così netta (e d’altra parte, la prostituzione richiede senza dubbio anche una parte di recitazione) e attrice era usato quasi come sinonimo di prostituta. Piuttosto emblematica la scena a tal riguardo nella bella commedia Notting Hill, con Julia Roberts nella parte di un’attrice che si sente dare, a causa della sua arte, delle prostituta ed il fatto che il film più famoso di Julia Roberts sia quel Pretty Woman in cui interpreta proprio una lucciola da strada è una sottile ironia e coincidenza.

I Grandi Classici – La signora delle camelie: il vizio, romantico e ingenuo
La signora delle camelie

Tutta questa prolusione, per dire che, scritto in tempi ben lontani da Ruby Rubacuori, dal bunga bunga e dal burlesque, dalle attrici che non son più prostitute e dalle attrici/ori porno che son attori tout court, un capolavoro come La signora delle camelie di Alexandre Dumas figlio è sorprendentemente attuale.

«L’avvocato è sempre più alla guida della società», faceva dire Charles Schultz al suo Snoopy, ma tra un posto alla Camera (e non in camera) ed uno in Regione senza ragione, nemmeno le ex cortigiane scherzano, e senza neppure avere lo spessore di Madame Pompadour. Ma correva l’anno 1848 quando il giovane Dumas, appena ventiquattrenne, dà alle stampe quello che in buona sostanza resterà il suo capolavoro, La dame aux camélias, e la visibilità socialmente accettata di una cortigiana, o di una ragazza che viveva del suo lavoro, ça va sans dire di una mantenuta di alto bordo, era praticamente pari a zero. Tanto che il biasimo sociale era comunque generalizzato (altri tempi) ed altrettanto che Dumas Jr. può facilmente far sfoggio di quel moralismo abbastanza easy (trés facile) che contraddistinguerà il suo pensiero e la sua opera, comunque apprezzabile perché schierato e in definitiva volto ad un miglioramento della vita sociale.

…noi non facciamo qui sfoggio d’immoralità per nostro piacere, ma raccontiamo un fatto vero che sarebbe forse meglio tacere se non pensassimo che bisogna ogni tanto rivelare il martirio di quegli esseri che sono condannati senza essere ascoltati e disprezzati senza essere giudicati.

La signora delle camelie, pur intrisa di forti connotati romantici, non è una storiellina da romanzo rosa: Dumas dipinge un quadro estremamente vivido del mondo borghese, calcando la penna sull’ipocrisia che contraddistingue in modo endemico questa classe sociale:

Uno dei più malinconici esemplari delle moderne cortigiane / donne… delle quali forse invidiavano segretamente i facili piaceri / …molte erano quelle che avevano conosciuto la defunta e che sembravano non ricordarsene più / …quasi tutti coloro che hanno goduto di una donna nota sono amici fra loro. Si scambiano alcuni ricordi che la riguardano e la vita degli uni e degli altri continua senza che l’incidente la turbi sia pure con una lacrima.

I Grandi Classici – La signora delle camelie: il vizio, romantico e ingenuoDumas è quindi una lettura aggiornata, moderna e gradevole, al netto del procurarsi una traduzione altrettanto moderna e agile: la varietà lessicale, la struttura sintattica delle frasi ben articolate e quindi di facile accesso ma non semplicistiche, una naturale propensione ad una resa realistica ed efficace dei dialoghi fanno sì che La signora sia godibilissima. I temi affrontati danno ragione della permanenza del successo del romanzo, favorito a sua volta, già soli cinque anni dopo la pubblicazione, dell’uscita sulle scene dell’opera teatrale, una cosuccia del 1852 chiamata La Traviata ad opera di Giuseppe Verdi (e con Sarah Bernhardt nei panni di Margherita). Da qui in avanti, versioni teatrali, film e sceneggiati come se piovesse hanno mantenuto viva la fiamma della passione per La signora delle Camelie.

Notazione necessaria, Dumas figlio conosceva bene l’argomento: nasce nel 1824, ma viene riconosciuto dall’autore dei Tre Moschettieri solo nel 1831, essendo l’illustre padre troppo impegnato con le sue mille amanti; e successivamente, il giovane Alexandre viene ispirato per la sua Marguerite Gaultier da una donna della quale si innamora, Marie Duplessis. In base all’aureo principio per cui, specie agli inizi, bisogna scrivere di ciò che si conosce, Dumas figlio adotta pertanto come fonte di ispirazione il vizio, rappresentato in brillanti dialoghi come in riflessioni del narratore: è pur vero che il nostro autore si prodiga per l’uguaglianza della morale sessuale tra uomo e donna, un atteggiamento di sprezzante superiorità verso i seduttori che poi abbandonano la sedotta, una paternalistica comprensione verso le giovani donne che cadono in errore e la recisa censura verso costumi già allora anacronistici (e infatti perfettamente presenti tuttora nella nostra società) quali il femminicidio per motivi d’onore. Ma comunque nella visione ottocentesca stiamo pur sempre parlando di vizio e corruzione dei costumi:

Che c’è infatti di più triste della vecchiaia del vizio, specialmente nella donna? Essa non ha dignità e non ispira alcun interesse quel pentimento continuo, non della cattiva strada percorsa, ma dei calcoli sbagliati e del denaro mal impiegato, è una delle più malinconiche cose che si possa immaginare.

I Grandi Classici – La signora delle camelie: il vizio, romantico e ingenuo
Isabelle Huppert in “La storia vera della signora delle camelie” di Mauro Bolognini (1981)

Ecco, La signora delle camelie è datato solo in questo, in siffatte considerazioni che, tra riso ed ironia del moderno lettore, fa pensare come questa parole siano state scritte in un’epoca in cui non era ancora stato coniato il detto hollywoodiano si parli purché si parli, dove qualsiasi “vizio” può portare ad una presenza da Barbara d’Urso, a scrivere un memoriale, aprire un proprio blog, garantire serate strapagate in locali notturni e discoteche. Insomma l’unico limite, che limite non è, è che la Signora delle Camelie è stato scritto nell’era pre-pornografica, della quale stiamo purtroppo vivendo la seconda fase, o della pornografia anche del dolore, che è peraltro assai più immorale di quella sessuale. Fosse scritto oggi, certe notazioni suonerebbero ingenue, ma questo non è un limite del romanzo: semmai, è un limite nostro.

Resta un solo, piccolo, mistero: il titolo deriva dal fatto che la protagonista, Marguerite appunto, suole farsi vedere in pubblico sempre adorna di camelie, da cui il suo soprannome. Ma queste camelie sono bianche per 25 giorni al mese, mentre sono rosse per i rimanenti 5 giorni. Non si è mai conosciuta la ragione di quel mutamento di colore, che io riferisco senza saperlo spiegare, scrive Dumas per bocca del protagonista.

Ma noi, un’idea della cagione di cotale mutazione cromatica ce la siamo fatta.

E voi?

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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