“Meraviglie e Paradossi. Il design dello stupore”: creando nuove possibilità

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Meraviglie e Paradossi. Il design dello stupore: creando nuove possibilità

Meraviglie e Paradossi. Il design dello stupore: creando nuove possibilità
Re Sole

I magnifici spazi del Plart ospiteranno fino al 7 gennaio 2017 la mostra Meraviglie e paradossi. Il design dello stupore, un progetto espositivo curato da Cecilia Cecchini, curatore scientifico del Plart. In uno spazio di assoluta creatività, a metà strada tra il ready made e object trouvè, il regista Andrea Barzini e l’architetto Silvio Pasquarelli hanno usato flaconi vuoti, stoviglie, tappi, soldatini, semplici giocattoli in plastica per dare nuovo respiro a singoli oggetti riconosciuti nella loro struttura, ma che assemblati mutano dimensione, forma, per “sfidare” sfacciatamente, a livello comunicativo, la società che non ammette una seconda possibilità.

Ad accogliere i visitatori ci sono cinque grandi busti adagiati, che dominano la scena nella loro ampiezza di contenuti, sui loro bianchi piedistalli. Non parliamo di semplici statue o sculture, ma di entità vive, creature nate dall’assemblaggio di piccoli oggetti di plastica facenti parte della dinamica “usa e getta”. Ad introdurre invece la mostra Meraviglie e Paradossi è il cortometraggio realizzato dai Barzini e Pasquarell Preferisco lo stupore, un raffinato e divertente lavoro che guarda allo stile di Charlie Chaplin e Buster Keaton, che dà al visitatore la possibilità di addentrarsi con chiarezza nell’idea alla base di tutto il procedimento creativo, quell’aspetto spesso trascurato o peggio, mai confessato.

Meraviglie e Paradossi. Il design dello stupore: creando nuove possibilitàTra la meraviglia, lo stupore e un mare di colore, spuntano i cinque personaggi chiave del progetto: Il Re Sole, la Guerra, l’Estate, Grace Jones e Donna Felicità.

Come afferma Cecilia Cecchini:

L’immaginazione e la perizia manuale dei due autori rendono gli umili oggetti che affollano la nostra quotidianità domestica la materia prima ideale per questi imponenti busti. Come fossero surreali mattoncini Lego, vengono stipati a formare precise fisionomie in un ordine che sembra casuale e  bizzarro ma che invece, come dimostrano gli schizzi, i disegni preparatori, le foto del backstage, è pensato e controllato fin nei dettagli con paziente meticolosità. La ludica ricerca tra gli scarti degli autori è infatti guidata da una grammatica compositiva rigorosa, testimoniata da un lungo lavoro di catalogazione tassonomica alla Linneo degli oggetti trovati.

dsc_0551Ad accompagnare i busti in questa narrazione tra meraviglie e paradossi, è un santo molto speciale Dà Dà Miracolo, un omaggio alla città di Napoli: chiaramente ispirato a San Gennaro, indossa una sontuosa mitria fatta con flaconi di sapone e forte e spregiudicato urla la sfida, la provocazione ad una Napoli che vive uno stato di torpore spirituale. Tanto altri sono i personaggi presenti, curati in ogni minimo dettaglio, figli di una gestualità materna, irrompono nello spazio fieri della loro nuova forma, della nuova eventualità che intendono comunicare. Infine oltre a questi personaggi-opere d’arte, è presente in mostra una santa, La Beata, che allude all’Estasi della Beata Ludovica Albertoni del Bernini, l’unico oggetto che non fa parte del ciclo di busti.

La mostra ha l’obiettivo di divertire e appassionare lo spettatore, o meglio colui che intende interagire con un nuovo concetto di cultura ed esposizione. A tal proposito afferma Maria Pia Incutti, Presidente della fondazione Plart:

Un museo che non è un museo, ma un centro di ricerca, di trasformazione con un’offerta museale che non sia quella storica, ma innovativa, didattica, offrire un luogo atto anche al gioco, un gioco finalizzato alla conoscenza. Io sono un collezionista un po’ particolare, facente parte di un piccolo gruppo di collezionisti, quelli che interpretano il futuro: trentacinque anni fa ho capito che la plastica poteva diventare oggetto del desiderio del collezionismo e ho cominciato a raccogliere degli oggetti, selezionandoli per colore, forma materia, da qui la riflessione sull’utilizzo degli oggetti stessi, da qui l’idea di un progetto sulla base di una volontà, quella di dare, dire, comunicare la storia della plastica, della sua trasformazione e del segno lasciato nel tempo, creando qualcosa di permanente, la traccia di un lavoro fatto. Il nostro è un lavoro etico fondato sulla ricercare di artisti, che lavorano su una nuova materia, attraverso un lavoro colto, capace di trasformare oggetti, che altrimenti verrebbero buttati, in opera d’arte.

Grazia Nuzzi per MIfacciodiCultura

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