Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo: la riflessione di Seneca

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Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo: la riflessione di Seneca

Itaque sic ordinandus est dies omnis tamquam cogat agmen et consummet atque expleat vitam.

Dunque ogni giorno è da disporre così, come se chiudesse la schiera e terminasse e rendesse compiuta la vita.

Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo: la riflessione di SenecaNella dodicesima lettera a LucilioSeneca spiega la propria visione del ciclo della vita e ci insegna come affrontare ciascun giorno della nostra esistenza. Come si deduce dalla frase riportata qui sopra, il filosofo interpreta la vita umana come una sequenza regolare di giorni, così ben ordinata da assumere l’aspetto di un agmen, ovvero di una colonna di soldati in marcia: sappiamo bene quanto fosse importante il rispetto dello schieramento nell’arte militare romana. Ebbene, secondo Seneca, bisogna vivere come se fosse l’ultimo, per chiudere la serie dei giorni in maniera esemplare e degna. Il verbo expleo ha proprio il senso di “concludere”, “rendere compiuto”: non dimentichiamo che in latino “ex-” è prefisso che, tra gli altri significati, indica compimento.

Ma veniamo ora ad approfondire il concetto, che non è solo una frase fatta. Se dobbiamo vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, significa che, ogni mattina, il momento del risveglio rappresenta la nostra nascita alla vita, e, ogni sera, il momento del coricarsi per dormire coincide con la morte: proprio come il sole, che sempre sorge e poi tramonta. La natura è ciclica e lo è anche la vita umana: il tempo scorre armonicamente, a ogni ora il conto dei minuti ricomincia, così come ogni giorno ricomincia il conto delle ore. E così via, coi giorni che diventano mesi, e i mesi che diventano anni.

Qual è la figura geometrica più adatta a raffigurare questa regolarità? Certamente, la circonferenza: Seneca spiega che il lasso di tempo della nostra esistenza è suddivisibile in parti e ha cerchi maggiori che circondano quelli minori (in latino: «Tota aetas partibus constat et orbes habet circumductos maiores minoribus»). La nostra vita è dunque rappresentabile come il cerchio maggiore di questo sistema concentrico. I cerchi via via più piccoli sono gli anni della giovinezza e della fanciullezza. Il singolo anno, che è l’unità che costituisce gli altri cerchi è, a sua volta, suddiviso in mesi, che si compongono di giorni. Tutto è perfettamente equilibrato, in questa continua e inesorabile marcia dei cerchi, ognuno teso a portare a compimento il proprio giro. Ciascun elemento, nel meccanismo immaginato da Seneca, ruota in uno spazio finito. Proprio in virtù di questa finitudine, il sistema è perfetto poiché in ogni sua parte trova un inizio ed una fine (“perfetto” in latino, infatti, non significa tanto “privo di difetti”, quanto piuttosto “completo”, “compiuto”, dunque “portato a termine”).

Seneca illustra il concetto della nascita e della morte quotidiana di ciascuno di noi con una curiosa scenetta. Nella lettera racconta come Pacuvio, governatore della Siria, usasse celebrare, ogni sera, il proprio funerale:

Pacuvius […] cum vino et illis funebribus epulis sibi parentaverat, sic in cubiculum ferebatur a cena ut inter plausus exoletorum hoc ad symphoniam caneretur: “βεβίωται, βεβίωται”. Nullo non se die extulit.

Pacuvio […] era solito celebrare con il vino e un banchetto solenne il proprio funerale, e si faceva portare in camera da letto cosicché, tra gli applausi del suo seguito, si cantassero queste parole con accompagnamento musicale: “È morto, è morto!”. Festeggiava ogni giorno.

Vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo: la riflessione di SenecaUn vero spettacolo dunque quello allestito da Pacuvio per rappresentare se stesso nel momento della propria dipartita. Forse un tantino eccessivo e autocelebrativo, certo, questo governatore. Seneca ammette che l’idea bizzarra di Pacuvio non fosse altro che un pretesto per poter gozzovigliare ogni notte. Ad ogni modo, quello che preme al nostro filosofo è sottolineare la forte carica simbolica della leggenda: in essa, la vita è rappresentata come uno spettacolo teatrale, difatti ogni giorno Pacuvio era pronto a uscire di scena in maniera trionfale. Lui lo faceva per vanità, noi invece dobbiamo farlo perché consapevoli di aver vissuto appieno il giorno, in modo tale da poter coricarci soddisfatti e felici di noi stessi. «Quisquis dixit: “vixi’”cotidie ad lucrum surgit», ovvero «Chi può dire: “ho vissuto”, ogni giorno si alza dal letto sicuro di un guadagno».

Vivere appieno quotidianamente è quindi il segreto per non perdere inutilmente nessuno dei giorni della nostra esistenza. Consapevoli di questo, saremo pronti a sorgere ogni mattina come il sole e tutte le altre stelle: vivremo serenamente senza sentire il peso del ciclo inarrestabile del tempo e, soprattutto, non avremo mai più paura della notte.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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