Spoleto, Palazzo Collicola: dove le crepe diventano arte

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Spoleto, Palazzo Collicola: dove le crepe diventano arte

Spoleto, Palazzo Collicola: dove le crepe diventano arte
Palazzo Collicola

Il candore dei muri di Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto è attraversato da crepe e lesioni, ferite impresse nella materia, metafora dell’Italia post terremoto.

Il direttore Gianluca Marziani, davanti a queste venature che disegnano l’intonaco bianco del museo, ha avuto un’idea illuminante: lasciare le crepe ben visibili e farle diventare protagoniste di un’opera d’arte originale, dando incarico all’artista Vincenzo Pennacchi di creare un’installazione “momentaneamente permanente“. La mostra, che si intitola simbolicamente La crepa, è una delle proposte delle rassegne invernali del museo spoletino che si inaugurano il 3 dicembre.

La scelta di Vincenzo Pennacchi non è stata un caso, infatti egli è noto a livello internazionale per le sue opere visionarie che contaminano la materia, quasi come se fosse un moderno alchimista; per di più conosce molto bene lo spazio museale avendo qui allestito la mostra Presenze/inside_me/igloo nel 2013. Il suo intervento interessa principalmente il pian terreno della struttura, dove si sono avute scrostature dell’intonaco e leggere crepe, piccoli difetti che si è deciso non di sminuire, ma anzi di enfatizzare.

Tuttavia questo progetto di valorizzazione del danno subito non è frutto della nostra cultura, ma viene da lontano, dalla cultura giapponese che da secoli pratica la tecnica del kintsugi ovvero il “riparare con l’oro”. L’ideologia alla base di questa filosofia è che quando qualcosa si rompe, che sia un vaso, una brocca o altro ancora, non deve definitivamente essere scarto e rifiuto, ma anzi deve essere ricomposto con l’inserimento di una resina mista ad oro tale da divenire un oggetto prezioso. E così fessure e pezzi si ricompongono dando vita a qualcosa di unico perché l’arte non sta nel nascondere la ferita, ma nel valorizzare la cucitura.

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Esempio di kintsugi

E proprio questo è stato richiesto a Pennacchi ovvero la possibilità di creare qualcosa di non ripetibile, che esprima al massimo le venature del paesaggio murario ad immortalare la bellezza della vita che deriva dall’imperfezione. Difatti le crepe di per sé danno la sensazione di qualcosa di irreparabile, di cedibile e di decadente… Somigliano molto alle cicatrici del corpo o dell’anima: testimoniano un processo di rottura, ma anche di risanamento.

Quindi, lavorare sui tagli murari significa stravolgere l’idea del danno rendendolo qualcosa di sublime, in un valore costruttivo che dia il senso non della morte, ma della rinascita. L’obiettivo è far sì che i visitatori non distolgano lo sguardo da queste fessure, ma che anzi i loro occhi siano catalizzati su di esse.

Evidenziare la lacerazione e crearne un’opera d’arte è sintomo di un cambiamento di mentalità e di sensibilità. In una società abituata a volgere lo sguardo lontano dalle brutture del mondo, questa installazione riabilita il negativo e promuove una prospettiva diversa su tutto ciò che ci circonda.

Come affermava il poeta-cantautore Leonard Cohen, «C’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce».

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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