Nadine Gordimer: una vita da scrittrice nella lotta all’apartheid

0 1.099

Nadine Gordimer: una vita da scrittrice nella lotta all’apartheid

Nadine Gordimer: una vita da scrittrice nella lotta all'apartheidNel panorama della lotta contro l’apartheid in Sudafrica il nome di Nelson Mandela risuona continuo in tutto il mondo, simbolo della lotta contro il razzismo. Accanto al presidente sudafricano, però, un altro nome ha contribuito a questo movimento per l’eguaglianza dei neri: quello di Nadine Gordimer (Johannesburg, 20 novembre 1923 – Johannesburg, 13 luglio 2014), scrittrice vincitrice del Nobel per la Letteratura nel 1991.

Nata a Johannesburg, era figlia di genitori ebrei, entrambi immigrati: il padre dalla Lituania e la madre da Londra. Fu proprio la madre a spingerla fin da subito verso la letteratura e a stimolarle l’interesse verso tutto ciò che stava accadendo intorno a lei, verso la società che la circondava: la donna, infatti, non accettava la divisione classista del paese e la situazione di povertà in cui veniva abbandonata la comunità nera, e fondò un centro diurno per l’accoglienza dei figli dei minatori che lavoravano tutto il giorno. Fu così che Nadine comprese fin dalla più giovane età le disparità sociali che dividevano il Sudafrica e il suo razzismo. Il primo, vero, contatto con questa disuguaglianza avvenne quando Nadine si iscrisse alla University of Witwatersrand, di cui seguì i corsi per un anno senza però concluderli: durante questo periodo poté assistere alle differenze che anche il mondo universitario riservava ai (pochi) studenti neri, non solo guardati con diffidenza ma spesso anche penalizzati dai professori. Fu probabilmente questa esperienza a spingerla ad una partecipazione attiva nei confronti del problema razziale, avvicinandola all’African National Congress, il più importante partito politico sudafricano e in prima linea nella lotta contro l’apartheid.

La situazione interna del suo paese e il suo pensiero politico nei confronti di quest’ultimo furono alla base della sua scrittura, tanto che è proprio questo il tema alla base del suo primo romanzo I giorni della menzogna (1953). La protagonista del libro, Helen Shaw, è una giovane ragazza bianca sudafricana vissuta in un mondo privilegiato, lontano dalla giornaliera lotta dei neri per la sopravvivenza, e totalmente ignara di come sia il mondo fuori dalla sua vita elitaria, in contatto solo con altri appartenenti alla classe bianca ricca del paese. Sarà un viaggio a casa di un amico a farle vedere la realtà del paese, le sue differenze e il razzismo dei suoi genitori che si rivolge non solo alla comunità di colore ma anche alle altre religioni, come dimostra il disprezzo della madre nei confronti di Joel Aaron, amico ebreo di Helen.

Nadine Gordimer: una vita da scrittrice nella lotta all'apartheidIn questo romanzo, Nadine Gordimer rende Helen incarnazione dell’intera società bianca sudafricana che si rifiuta di riconoscere lo stato del paese, nascosta dietro menzogne dette a sé stessa così come agli altri, finalizzate al soffocamento della consapevolezza di quella che è invece la realtà. Lo stesso argomento segue il suo secondo libro, Un mondo di stranieri (1958), che venne addirittura bandito in Sudafrica per 12 anni; insieme ad esso, anche a Il mondo tardoborghese (1966) e a La figlia di Burger (1979) venne impedita la distribuzione, il primo per 10 anni mentre il secondo per un solo mese, in parte a causa della notorietà internazionale ormai raggiunta dalla Gordimer. Ironicamente, ella affermò sempre di non considerarsi una persona particolarmente interessata alla politica e che la divisone razziale non era il principale argomento di cui avrebbe voluto scrivere, ma avvertiva impossibile riuscire ad analizzare e a raccontare al meglio i propri personaggi tralasciando la realtà della repressione. E quando, nel 1948, l’oppressione dei neri e l’apartheid cominciarono a raggiungere il loro massimo, ignorarli divenne impossibile.

Negli anni in cui il problema dell’apartheid sudafricana non riceva attenzione dall’informazione internazionale, furono i libri di Nadine Gordimer a mettere in luce e far comprendere quello che erano davvero le conseguenze di una politica che diversificava i cittadini a seconda del colore della loro pelle. Nelle sue storie ci sono situazioni che non possono essere descritte diversamente da momenti di terrore, descrizioni di una vita quotidiana scandita da continui attacchi da parte delle autorità della polizia, violenze ignorate, incarcerazioni ingiuste. Fu questa sua capacità di raccontare vite così diverse dalla sua a farle vincere il Nobel per la Letteratura nel 1991, segnalandola come autrice “che con la sua scrittura epica magnifica è stata di notevole beneficio all’umanità”.

Eleonora Rustici per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.