“La ragazza del treno”, una corsa mozzafiato (nella noia)

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La ragazza del treno, una corsa mozzafiato (nella noia)

Because we are living in a material world, and I am a material girl.

ok_blog_ragazza-treno-cover_2dc43b588f52a4e07db0bbecdbf883b2No, non ci stiamo  accingendo ad introdurre una pipposa filippica sull’inefficacia della promessa di sesso orale nelle campagne elettorali (forse perché è evidente che sarebbe una promessa mai mantenuta), Adinolfi può star tranquillo e tornare a rosicchiare il suo osso di prosciutto.

No, la citazione da Material girl di Madonna è solo una excusatio non petita ad una ipotetica domanda, ossia: perché mai scrivi di La ragazza del Treno, libro di Paula Hawkins e film di Tate Taylor? Risposta: scrivo perché viviamo in un mondo materialistico, io sono una ragazza materialistica e il romanzo ha venduto, dicono, 15 milioni di copie nel mondo, ha guadagnato un sacco di soldi e pertanto è oggetto di discussanalisi a prescindere. Un fenomeno mediatico, letterario, tradotto in un amen in 24 Paesi bla bla bla.

E io mi chiedo perché mai abbia venduto 15 milioni di copie, tanto che qualcuno ha sentito l’esigenza di farne un film. Poi mi sale il cannibalismo, come quando trovi vicini il CD dei Pink Floyd a 4.90 € e quello di Marco Carta a 16.90 €, perché vado a vedere e trovo che Il Silenzio degli Innocenti, di copie, ne ha vendute 11 milioni. Dicono. Dico dicono perché, in realtà, sono queste cifre di cui non mi fido granché, visto che sono inverificabili, ma comunque probabilmente la Hawkins col suo “Harmony” ha venduto effettivamente più di Thomas Harris, e questa cosa non si può davvero sentire.

53257Intendiamoci, non che La ragazza del treno sia un brutto thriller, né il libro né il film: uno si mette lì, legge e o guarda, meglio se con qualcosa da sgranocchiare e una bibita diabetoinducente, passa qualche oretta leggendo/guardando. Poi mette via o va a casa, possibilmente prima di addormentarsi. Passato qualche tempo, dimentica assolutamente tutto (tranne una imprevista copula boschiva, nel film, che ha il potere di farci uscire dal precoma per qualche secondo) nel giro di qualche settimana: così, peraltro, si può rileggere il libro più volte ammortizzando per bene la spesa – e anche rivedere il film quando lo passeranno in televisione. Una vecchia pubblicità diceva: «ma con tutto lo yogurt che c’è, c’era proprio bisogno di Yoplè?» Naturalmente no e il prodotto sparì veloce come un treno. Nemmeno del libro della Hawkins, c’era bisogno.

Il problema, al di là della scrittura su cui nulla si può dire se non che è grammaticalmente corretta, è che in buona sostanza non è c’è intreccio: con intento elogiativo, il Boston Globe ha scritto «questa storia, come il treno su cui viaggia Rachel, attraversa a tutta velocità le acque ferme e torbide della vita di periferia» con casuale intelligente, la metafora è perfetta, perché la storia effettivamente va avanti come il treno (senza che il treno diventi personaggio: altra cosa, L’uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon…), cioè senza svolte, deviazioni, percorsi alternativi. I salti temporali scanditi, nel film, da didascaliche sovrimpressioni, sono un penoso tentativo, un trucchetto da gioco delle tre carte, di dare complessità ad una storiellina che più lineare non si potrebbe: marito narcisista patologico che non tiene l’attrezzatura da riproduzione nei pantaloni, doppia amante, omicidio casuale (gli daranno l’omicidio di secondo grado con un buon avvocato e un accordo, non c’è la premeditazione… ah no, lui muore. Me l’ero già scordato) dovuto, quale originalità, al fatto che la seconda amante è incinta: tutto il mistero ruota intorno al fatto che la prima moglie, Rachel, è alcolizzata e non ricorda un tubo, altrimenti il film in particolare durerebbe un quarto d’ora. Una percentuale esorbitante della storia, poi, ruota intorno al divorzio tra Rachel e Tom, da cui deriva l’alcolismo di lei, con un grado di lagnosità tale da essere superato dall’inguardabile I giorni dell’abbandono, in cui non c’è nemmeno l’omicidio. E neppure un treno.

schermata-2016-04-20-alle-13-07-02Per non fare paragoni improvvidi con pietre miliari del thriller, avendo già citato Thomas Harris che solo per l’accostamento ha minacciato querela, facciamone uno con un brillante lavoro di pochi anni or sono, quel L’amore bugiardo (Gone Girl) che davvero tiene col fiato sospeso persino avendo già letto il libro, che ha un vero intreccio e dei reali colpi di scena – che in generale nella letteratura non sono fondamentali, ma lo diventano quando decidi di scrivere un thriller, cosa che peraltro non ti ordina il medico. Però, filmicamente parlando, Gone Girl si avvale, oltre che di una storia di livello infinitamente superiore, di tale David Fincher alla regia: Alien³, Seven, The Game – Nessuna regola, Fight Club, Zodiac, Il curioso caso di Benjamin Button e Millennium – Uomini che odiano le donne non sono un curriculum da tutti e non necessita di presentazioni. Sicuramente, non è un curriculum da Tate Taylor: il quale, come tocco dello chef, ha scelto di farcire il suo film di inquadrature che vanno dal primo al primissimo piano al dettaglio in quantità anomala ed esorbitante, col risultato che conosciamo anche il buchino da varicella sul naso di Emily Blunt. Quali siano i motivi narrativi o filmici di tale scelta, è impossibile da capire.

La quale Blunt, va detto, è di una bravura recitativa veramente elevata e si candida ad essere ricordata come una attrice vera; non c’entra molto con la Rachel del romanzo, che oltre che alcolista è anche sciatta, sporca e gravemente sovrappeso – mentre la Blunt è attraente anche mentre vomita: presumiamo che la Hawkins, quanto all’estetica abbia attinto a se stessa, ancorché in chiave peggiorativa, mentre palesemente per il film si è puntato su una maggiore gradevolezza visiva.

Non brutto.

Ma volendoci atteggiare a mo’ di Publisher’s weekley che battezza con un singolo aggettivo conclusivo, freccia del Parto, diciamo baricchianamente: Dimenticabile.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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