#BeyondtheLyrics – “Città Vecchia” di Fabrizio De André

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#BeyondtheLyrics – Città Vecchia di Fabrizio De André

Certe volte, insomma, ci sono dei comportamenti anomali che non si riescono a spiegare e quindi io ho sempre pensato che ci sia ben poco merito nella virtù e poca colpa nell’errore, anche perché non ho mai capito bene che cosa sia la virtù e cosa sia l’errore.

copertina-citta-vecchiaQueste parole fecero da  preambolo ad una delle canzoni sicuramente più conosciute e più amate Fabrizio De André: oltre che evocative per ciò che da lì a poco avrebbe amabilmente cantato per la folla raccolta sotto al palco, esse raffigurano la summa del pensiero deandreiano, la concezione di quel correre in «direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione».

Realistica: la Città Vecchia di De André è un quadro impressionista dipinto a suon di immagini crude e vere, è il ritratto di quella realtà spesso tenuta nascosta dalla finta morale borghese, di un mondo che si cerca di ignorare, di non vedere né ascoltare. Città Vecchia è il palcoscenico dei reietti, dei malfamati, delle puttane, dei vecchi ubriaconi, dei ladri e degli assassini, di personaggi governati solo dai loro impulsi più infimi. È la nitida istantanea ad una città, quella di Genova, piena di contraddizioni, piena di insicurezze, piena di ipocrisia e ambiguità.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli

In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori

lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano

quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

«Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei carruggi, gli esclusi che avrei ritrovato in Sardegna, le graziose di via del campo. I fiori che sbocciano dal letame. I senzadio per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto a accoglierli»: un Dio, quello di Faber, che è indifferente e impegnato in altri paraggi, che non ha quindi il tempo di illuminare i quartieri bassi. Un  Dio che emargina, discrimina, preferendo riscaldare la gente che indossa il completo della domenica mattina per andare ad annuire all’omelia delle dieci («Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi/ ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi»).

In un clima di ipocrisie e finto buonismo, il destino di una bambina sembra essere già segnato dai vecchi carruggi che l’hanno accolta e cresciuta: un destino che sembra essere una fatalità a cui la ragazza, crescendo, non può opporsi («E se alla sua età le difetterà la competenza / presto affinerà le capacità con l’esperienza»). I metaforici quattro pensionati, dimenticati non solo da Dio ma anche dal resto di Genova e del mondo, intorpidiscono la frustrazione e la rabbia col veleno dal colore scarlatto (vino), fino a non distinguere più l’allegria dall’agonia e ridere in punto di morte.20140311_002257

Alle prostitute e ai vecchi descritti con simpatia e ironia, si contrappone la figura del vecchio professore, simbolo dell’ipocrisia borghese che di giorno sorride, annuisce e critica con disprezzo mentre di notte cerca con foga chi «stabilisce il prezzo della (…) gioia». Un professore costretto alle braccia delle prostitute, le stesse denigrate e insultate di giorno ma che paga per una notte d’amore.

Quello che si respira tra le righe del testo e negli occhi dei protagonisti, è il profumo di un flusso vitale comune a tutta l’umanità, un flusso che riscatta anche gli esseri più degradati: lo stesso profumo che impregna l’oscura via, la pozzanghera, il fanale della città vecchia di Umberto Saba.

Non è un caso che la poesia del poeta e la canzone del cantastorie abbia lo stesso titolo: lo stesso De André affermò di aver preso ispirazione dalla triste città decantata dal poeta triestino. La Trieste “vecchia” appare come “detrito di un gran porto di mare”, dove i suoi protagonisti umili e squallidi,

[…] La prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

sono tutte creature della vita

e del dolore:

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Ossia: quello che caratterizza la lirica (e più in generale la sua poetica e il suo pensiero) è il riconoscere in quell’abisso di umiltà, l’infinito e Dio stesso che vive in tutte le creature accomunandole. Saba, legge nei volti, nei gesti e nelle parole di questa gente, la condizione profonda di tutta l’umanità: la fusione di vita e dolore insita in ogni creatura. Il dolore autentico e la sofferenza drammatica avvicinano gli uomini, e lo stesso poeta, a Dio e alla purezza della salvezza.

Al contrario, l’atteggiamento di De André, più ironico e critico, invoca un sentimento di comprensione e di pietà per quei poveri che, da sempre valutati col metro di una morale borghese sporca e ipocrita ma formalmente legale, giudica vittime della società e della storia «se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo».

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La città vecchia

Città Vecchia uscì per la prima volta nel 1965, come ottavo 45 giri assieme a Delitto di Paese.

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo specie di troia
quella che di notte stabilisce il prezzo alla tua gioia
(dopo la censura:
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie)

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

Eleonora Vergine per MIfacciodiCultura

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