“Miss Hokusai”, la storia (dimenticata) di Katsushika O-Ei

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Miss Hokusai, la storia (dimenticata) di Katsushika O-Ei

There’s this nutty old man… He painted a huge Dharma on a huge sheet of paper. And on the other hand… he drew a pair of sparrows on a tiny rice grain. His name is Tetsuzō. But maybe you know him as Hokusai the painter? That nutty old man is my father.

miss_hokusai_teaser_forweb-1Edo, 1814. La città che poi diventerà nota con il nome di Tokyo pullula di contadini, mercanti, nobili, cortigiane, samurai, poeti, attori. Una ragazza di ventitré anni, la figura rigida e composta, lo sguardo serio, cammina da sola per le strade affollate. Nessuno fa caso a lei. Né in quel preciso momento, né mai. La Storia l’ha dimenticata. Come la folla che si ammassa incredula attorno ad un vecchio artista un po’ matto, in grado di dipingere abilmente tanto un enorme volto su un foglio di circa 350 m² (con una scopa di canne ricoperta d’inchiostro), tanto quanto dei minuscoli volatili su granelli di riso. Un pittore e un incisore eccentrico, noto come Tetsuzō, e passato alla Storia come Katsushika Hokusai (1760-1849). Le sue Vedute del Monte Fuji hanno conquistato tanto il mercato orientale quanto quello occidentale, influenzando artisti come Monet, Van Gogh e Gauguin e scolpendosi vividamente nel nostro immaginario. La grande onda di Kanagawa, una delle opere di arte orientale più famose e riprodotte in Occidente, è divenuta ormai iconica, figurando persino sulla copertina della prima edizione di La Mer di Debussy, pubblicata da A. Durand & Fils nel 1905. All’ombra del famosissimo artista giapponese si cela una storia, una personalità, un’artista abbandonata negli angoli polverosi della Memoria. O-Ei, la figlia terzogenita. Erede, per sua fortuna o suo malgrado, del talento di Hokusai, collabora con il padre per gran parte della sua vita, contribuendo alla creazione delle sue opere – chissà, forse più di quanto le testimonianze lascino presagire. O-Ei (o Ōi/Oei) disegna, dipinge, affina le proprie creazioni, nonché alcuni lavori del padre, con passione e dedizione, senza che il suo operato venga mai riconosciuto. Quando il padre muore, la figura di O-Ei scompare nel nulla. Ci penserà la mangaka Hinako Sugiura, tra il 1983 e il 1987, a scoperchiare lo scrigno dell’oblio, per rivelare la vita segreta di Katsushika O-Ei nel manga Sarusuberi, letteralmente Lagerstroemia indica, la pianta nota anche come “mirto crespo”. Quella storia mai raccontata è stata nuovamente riportata alla luce lo scorso anno, questa volta, però, sul grande schermo. Le vignette di Sugiura si animano e si colorano; il suo personaggio assume una voce. O-Ei, ovvero Miss Hokusai (non a caso non è il suo vero nome a comparire nel titolo) è pronta a raccontare al mondo la sua vita nascosta.

misshokusai-1A firmare la regia dell’anime è Keiichi Hara (che annovera tra i suoi film Summer Days with Coo e Colorful), che proprio in occasione di questo film, per la prima volta, ha collaborato con lo studio di animazione Production I.G, noto per i lungometraggi e la serie TV di Ghost in the Shell e, più recentemente, per A Letter to Momo (2011) e Giovanni’s Island (2014). Miss Hokusai, vincitore dell’ultimo Annecy International Animation Film Festival, è stato distribuito in Giappone nel 2015 ed è arrivato nei cinema degli Stati Uniti proprio ad ottobre di quest’anno. In Italia è stato presentato nel maggio 2016 durante il Future Film Festival di Bologna, ma non ha  ancora trovato un canale di distribuzione.

Le recensioni e la critica sottolineano la particolarità dell’impianto narrativo di Miss Hokusai, che non si articolerebbe secondo uno schema lineare: il tempo della vicenda si scandisce seguendo il susseguirsi delle stagioni. Il clima di Edo si trasforma, il paesaggio muta, portando con sé nuovi colori e differenti atmosfere, mentre una giovane donna lotta per trovare la propria espressione artistica e per la propria autoaffermazione, misurandosi costantemente con una figura ingombrante, verso la quale nutre stima e rispetto in quanto maestro, e al contempo disprezzo in quanto padre incapace di accettare la cecità di O-Nao, la figlia minore. O-Ei condivide con lui una vita quotidiana fuori dall’ordinario; un’abitazione/atelier perennemente a soqquadro; un lavoro incessante e totalizzante. «We don’t cook. We don’t clean. It gets too dirty, we move. With two brushes and four chopsticks, we’ll get by anywhere», racconta la protagonista del film. Un complesso rapporto di amore-odio, tra padre e figlia, maestro e allieva, artista affermato (e dispotico) ed artista di talento che non riesce ad emergere. E intanto O-Ei realizza ritratti, creature mitologiche e quadretti erotici (i quartieri dei divertimenti erano soggetti comuni del genere ukiyo-e) che molti si contendono, ma che vengono venduti con la firma del padre. Timida e riservata in pubblico, sicura di sé e disinvolta nel suo studio, O-Ei è uno spirito indipendente che non riesce a librarsi, ingabbiato dalla personalità del padre. Ma che ora, grazie a Miss Hokusai, possiamo imparare a ricordare.

misshokusai_-820x461-1Forse l’idea di realizzare un film animato è stata la scelta più adatta per riportare in vita una (ingiustamente) dimenticata esponente dell’arte figurativa giapponese, schiacciata dalle impetuose – ma meravigliose – onde azzurre di Hokusai, colui che forse può essere considerato il precursore dei manga – una forma d’arte che, in fondo, anche lei ha contribuito a creare. Come il dragone si anima indomito dal foglio di O-Ei, così la vita di O-Ei prende forma di fronte ai nostri occhi, immersi in quei colori pastello, in quelle vedute del Monte Fuji di un Giappone scomparso.

Lorena Alessandrini per MIfacciodiCultura

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