“Fai bei sogni”: il dolore della perdita visto da Bellocchio

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Fai bei sogni: il dolore della perdita visto dalla lente di Bellocchio

massimo-gramellini-1Esce oggi nelle nostre sale la nuova opera cinematografica di Marco Bellocchio Fai bei sogni, tratta dall’omonimo romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, vicedirettore del quotidiano La Stampa. Il libro è stato un grande successo, il più venduto del 2012, grazie alla forza di un racconto vero e profondamente intimo che Bellocchio ha sentito l’esigenza di tradurre in immagine, e l’ha fatto in maniera decisa e a tratti un po’ distorta, facendo percepire allo spettatore tutta la frustrazione del personaggio principale, colpito da un tragico evento a soli nove anni di età.

Massimo è un bambino molto intelligente e fortemente legato alla figura materna, anche perché il padre si dimostra più vicino al lavoro che alla famiglia. Tutte le sue certezze vengono distrutte una notte, quando sua madre viene colpita da quello che sembra essere un infarto fulminante. Da questo momento in poi, il protagonista attraverserà diverse tappe nella sua vita, che lo porteranno anche ad avere delle soddisfazioni a livello lavorativo, ma non riuscirà mai a liberarsi dal tormento interiore provocato da quella scomparsa prematura che sembra anche nascondere qualcosa.

marco-bellocchio-e-il-cast-1Una storia triste e vera è quello che può catturare l’attenzione di tutti, ma Bellocchio ha delle ragioni più profonde, che risalgono alla fine del 1968 con la scomparsa del fratello gemello che si tolse la vita, una figura imprescindibile, l’altra metà di se stesso. Forse è per questo motivo che il regista di Bobbio è riuscito a trasmettere in maniera così forte lo stato d’animo di quel Massimo Gramellini che si è voluto raccontare sulla pagina scritta, che ha voluto parlare del suo viaggio alla ricerca di una risposta, alla ricerca di quel sorriso troncato da piccolo. Belfagor, personaggio di una serie televisiva degli anni ’60, simboleggia l’unica fonte di conforto per il protagonista, che non vede più volti amici, che vede solo un insieme di menzogneri pronti a fare i propri interessi e per questo si rifugia in una figura misteriosa che tanto faceva paura alla madre e che invece lui aveva sempre visto come qualcuno in grado di farlo uscire dalla realtà quotidiana. Massimo è triste e malinconico, quasi chiuso dentro un armadio, in un nascondino dove però nessuno lo cerca, e anzi è lui che continua a cercare, a sperimentare nuove esperienze che però non riescono mai a gratificarlo.

marco-bellocchio-a-bobbio-1Bellocchio ci racconta anche l’ansia, il male più diffuso nella società moderna, e lo fa attraverso l’ottima interpretazione di Valerio Mastandrea, che riesce a trasmettere in maniera eccellente la mancanza di spirito del protagonista, che ha bisogno di una scintilla per ripartire, come se fosse un motore inceppato. Le immagini sono di grande impatto e, oltre a concentrarsi sul dolore di Massimo, rendono omaggio anche ad altri episodi tragici come la Guerra di Jugoslavia e lo schianto aereo di Superga che portò via agli amanti del calcio, e non solo, quel Grande Torino che stava facendo la storia. Tutto trattato con i toni tipici del regista, il quale non si apre mai completamente, ma lascia tutto con un pezzo in meno, come in un puzzle che solo lo spettatore più attento sarà in grado di completare.

Fai bei sogni è quello che si augura a tutti i bambini prima che si addormentino, per tenerli lontani dalle difficoltà della vita prima che queste si presentino com’è inevitabile. Massimo è quel bambino che si è dovuto svegliare troppo presto, che è dovuto crescere senza il calore materno, che ha represso sempre le sue emozioni, ma che allo stesso tempo conserva il ricordo di quelle coperte rimboccate e di quel bacio sulla fronte che segnano la fine della giornata, il momento in cui si può finalmente viaggiare con la mente, il momento in cui si può sognare.

Mattia Lobosco per MIfacciodiCultura

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