Asti dedica un’esposizione a Corrado Cagli: la verità non è dove si guarda

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Asti dedica un’esposizione a Corrado Cagli: la verità non è dove si guarda

mostra-corrado-cagli-1La città di Asti ha deciso di omaggiare con un’esposizione, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, un grande artista che legò la sua produzione artistica al capoluogo astigiano: Corrado Cagli. L’artista infatti commissionò all’Arazzeria Scassa di Asti tre bellissimi arazzi (presenti in mostra), rendendo così l’esposizione anche un omaggio al Maestro Ugo Scassa, che diresse l’arazzeria dal 1960 al 1976, entrando in contatto con Cagli.

L’installazione, che ha titolo Corrado Cagli: attualità per il tempo della continuità, si trova nella stupenda cornice di Palazzo Mazzetti di Asti, uno dei più mirabili esempi di palazzi nobiliari in stile barocco, purtroppo sconosciuto ai più. La mostra si concentra sull‘integralità del percorso artistico di Cagli (Ancona, 23 febbraio 1910 – Roma, 28 marzo 1976), in un affascinante percorso che prende inizio dalle opere giovanili dell’artista fino ad arrivare agli ultimi disegni, databili agli anni ’70.

Autoritratto
Autoritratto

Fin dalle prime opere, si intuisce immediatamente che si ha a che fare con un artista fuori dagli schemi: nel suo Autoritratto del 1932, Cagli si mette in primo piano, ma pone lo sguardo in un punto alla sua destra, che non compare nell’immagine, come volesse dire al visitatore «tutto ciò che vedi, io lo guardo da un’altra prospettiva». Cagli invita più che a concentrarsi sul soggetto dell’opera, a entrarvi dentro per guardarsi intorno, per scoprire dettagli volutamente nascosti o persino mancanti. Un’opera dello stesso periodo, Paestum, presenta le stesse caratteristiche: in una cornice tipicamente romantica, con le rovine che a fatica si distinguono sotto un celo cupo e tempestoso, la strada i primo piano diventa via via sempre meno visibile, fino a svoltare bruscamente a destra, fuori dall’immagine rappresentata. È evidente che Corrado Cagli sia interessato maggiormente a quello che non si vede invece che a ciò che è ben distinguibile da un occhio qualsiasi: il suo credo artistico infatti è un’arte “che parla d’altro”, ovvero di qualcosa che non è rappresentato nelle singole opere, che fungono dunque da punto di inizio (una specie di suggerimento, di indizio) per arrivare alla piena comprensione. Questa comprensione è per Cagli quasi impossibile dall’uomo comune, incapace di usare l’immaginazione e troppo concentrato sulla singola e immobile raffigurazione. Non per nulla le figure umane rappresentate da Cagli sono riconoscibili per gli occhi spersi nel vuoto, volutamente “disegnati” e privi di qualsiasi emozione. In Edipo a Tebe l’enorme figura di Edipo si erge vagante, cieca delle sofferenze altrui.

L'Enigma del Gallo
L’Enigma del Gallo

L’esposizione di Palazzo Mazzetti mette in risalto, dopo le opere giovanili, il cambiamento nell’ideale artistico di Cagli: un primo indizio lo si individua nel nuovo Autoritratto del ’47, in cui la figura dell’artista è molto più definita nello spazio e raffigurata mentre dipinge attentamente, con un evidente richiamo alla volontà di Corrado Cagli di carpire nuovi segreti dell’arte. Ma la vera rivoluzione arriva nel 1951, con il dipinto Tigre con preda, in cui è raffigurata una tigre bianca che fissa con occhi straordinariamente vivi il pubblico, trascurando ciò che la natura la chiamerebbe a fare, divorare la preda ormai morta: con questo dipinto, Cagli segna un netto confine con la sua produzione, che dagli anni ’50 in avanti sarà molto più eclettica e oscura, sebbene sempre alla ricerca di “quello che l’opera non mostra”.

Commovente osservare i disegni e gli schizzi delle sue esperienze da soldato in Germania, dove dovette assistere alla liberazione di un campo di concentramento, in cui l’artista mostra tutta la sua ossessione per il particolare non visto, dando al pubblico un’immagine vivida ed emotiva della morte. La mostra dà inoltre ampio risalto alla collaborazione fra l’arazziere Scassa e Cagli stesso, che commissionò all’Arazzeria Astigiana vari lavori per la nave Leonardo da Vinci, fra cui La Ruota della Fortuna e L’Enigma del Gallo.

L’esposizione, curata da Angelo Calabrese, Giuseppe Briguglio e Francesco Muzzi, resterà aperta al pubblico sino al 5 dicembre e conta di oltre duecento opere dell’artista, parti di una collezione privata: un’occasione unica per scoprire un artista troppo riflessivo per risaltare alle grandi cronache, ma che sa insegnare a ognuno di noi che la risposta non sempre è dove si guarda.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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