Seneca e la pratica filosofica dell’esame di coscienza

0 3.808

Seneca e la pratica filosofica dell’esame di coscienza

Siamo giunti al decimo appuntamento con la filosofia di Seneca, alla sua decima lettera a Lucilio. Oggi ne approfittiamo per approfondire un argomento in particolare: l’esame di coscienza in filosofia. In questa epistola, infatti, il filosofo sprona il suo discepolo ad allontanarsi dalla folla, ricettacolo dei vizi, e a ritirarsi in se stesso per rafforzare la propria saggezza e trovare la serenità nell’introspezione.

Giuseppe Molteni, La Confessione (1838)

Molti di noi, al sentire l’espressione “esame di coscienza“, richiamano alla mente un precetto della religione cristiana cattolica, ovvero la necessità di eseguire la ricognizione delle proprie azioni, buone e soprattutto cattive, ogni sera, nonché prima di accedere al sacramento della confessione. L’esame di coscienza è uno strumento di purificazione, in cui l’individuo avvia un dialogo con se stesso alla ricerca degli aspetti del proprio io da migliorare per vivere una vita virtuosa. Prima della confessione, in particolare, il raccoglimento è necessario per prepararsi a rivelare alla guida spirituale tutti i peccati commessi dall’ultima volta in cui la si è effettuata: nella pratica cattolica, l’atto verbale è esso stesso purificazione, è l’espulsione del male da sé.

Arretrando di qualche secolo rispetto alla nascita di Cristo, troviamo correnti filosofiche in cui l’esame di coscienza era tenuto in eguale considerazione. Difatti, nella dottrina pitagorica (VI-V secolo a.C.), troviamo numerose corrispondenze con quello che sarebbe poi diventato il sacramento della confessione cattolico: ogni sera, i discepoli eseguivano l’esame di coscienza guidati dal maestro, per imparare a rinunciare alle azioni e ai pensieri non retti.

La scuola pitagorica fu fondata dal matematico Pitagora a Crotone e si configurò fin da subito come setta mistico-religiosa. I suoi seguaci furono parecchi e, nonostante lunghi periodi di crisi, la sua dottrina sopravvisse fino all’epoca di Seneca. Ecco perché il nostro filosofo conosce bene il pitagorismo: uno dei suoi maestri, Sozione, apparteneva alla scuola romana dei Sestii, che praticava uno stoicismo eclettico, ovvero ibridato con la dottrina pitagorica.

È per questo che Seneca nell’ottava epistola a Lucilio usa l’espressione «secedere et conscientia esse contentum», ovvero «ritirarsi in se stessi ed essere sereni con la propria coscienza», ed è per questo che nella decima epistola parla a Lucilio del rituale filosofico dell’isolamento, della meditazione e della preghiera:

Non invenio cum quo te malim esse quam tecum.

Non trovo nessuno con cui io preferirei che tu fossi fuorché te stesso.

Roga bonam mentem, bona valetudinem animi, deinde tunc corporis. […] Audacter deum roga: nihil illum de alieno rogaturus es.

Chiedi una mente sana, la buona salute dell’animo, e poi anche quella del corpo. […] Prega dio senza timore: non gli chiederai nulla che appartenga agli altri.

Pitagora nella “Scuola di Atene” di Raffaello Sanzio, 1509

Il rito serale della preghiera e dell’esame di coscienza era dunque già una pratica filosofica ellenistico-romana prima ancora che cristiana. Seneca, d’altronde, nacque solo pochi anni prima di Gesù Cristo: il nostro filosofo e il Messia di Nazareth vissero nella medesima epoca storica e non c’è da meravigliarsi se successivamente la dottrina cristiana accolse molti tratti delle filosofie pagane. La somiglianza di alcune consuetudini stoiche con quelle cristiane addirittura portò tanti studiosi a credere Seneca vicino alle prime sette cristiane insediate a Roma.

Oggi siamo certi che si trattò di un abbaglio, giustificato tuttavia dalla comunanza di intenti delle due dottrine: se il Salmo 4 recita «Tremate e più non peccate, nel silenzio, sul vostro letto, esaminate il vostro cuore»; «In pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare», Seneca, in uno dei suoi dialoghi, scrive:

Il maestro Sestio faceva così: a fine giornata, dopo essersi ritirato per il riposo notturno, interrogava il proprio animo: «Oggi quale tuo male hai sanato? A quale vizio hai resistito? Quale parte di te hai migliorato?» […] Che bel sonno segue questa ricognizione di sé: com’è tranquillo, com’è profondo e libero, quando l’animo è stato lodato o ammonito, e l’osservatore e censore intimo ha giudicato i propri costumi. 

De ira, III, 36

Se dottrine così diverse come la filosofia stoica e il cristianesimo hanno scelto entrambe la via dell’introspezione quotidiana per raggiungere la serenità interiore, significa che il valore di questa pratica è stato ampiamente riconosciuto: piuttosto che disperdere parti di noi in passatempi inutili, dedichiamo invece almeno qualche momento della giornata all’incontro e al confronto con noi stessi.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.