“Ragazzi di vita” o Pasolini e le risorse dell’eresia al Teatro di Roma

0 979

Ragazzi di vita o Pasolini e le risorse dell’eresia al Teatro di Roma

palco02Puro e selvaggio“. Più di mezzo secolo dopo, è ancora così che il cronista anonimo di Ragazzi di vita schiva l’accusa di pubblicazione oscena, sferra un gancio alla perversione del compromesso, assesta un diretto all’ostracismo perbenista dell’epoca. Il montante, quello è per lo spettatore casuale in terza fila: dal basso verso l’alto, un pugno nello stomaco alla spaventosa anemia che pervade e irrigidisce la vita di oggi.
Il sipario non si è ancora alzato. Lo spettatore casuale (eccolo, ancora lui!) resta fiero e composto di fronte al milione di universi che gli brulicano intorno. «Non dovrò abbandonare il posto che mi è stato assegnato», risponderebbe se fosse il Principe di Homburg. È infatti al centro di una sala gremita: un pubblico di signore culturalmente elevate che investono l’attesa intrattenendosi in ragguardevoli conversazioni, un teatro barocco che sorge al posto dell’aula in cui i cesaricidi perpetrarono il loro delitto, il furore e la vitalità che tra non molto prenderanno il posto del brusio.

Pensa, e ci crede davvero, che il teatro sopravvive solo se si pone obiettivi smisurati. Pier Paolo Pasolini e la sua lite d’innamorato col mondo, smisurati lo sono. Allora ecco che la regia di Massimo Popolizio e la drammaturgia di Emanuele Trevi tirano “il poeta corsaro” per la manica della giacca: lo straniero che osserva la borgata dall’alto scende dal ring e si riversa in Ragazzi di vita, in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 20 novembre.

imagesLo spettatore causale è convinto che parlare di teatro è come parlare di architettura. Al di là delle sue convinzioni, c’è però la scena che pullula di vita, c’è un palcoscenico semivuoto, c’è la Roma sottoproletaria, squallida e disperata prende forma solo grazie ad un continuo sbrigliarsi e rilanciarsi di parole. Vede gli episodi più disparati, tutti liberi dalle costrizioni di una trama. Ecco il Riccetto (Lorenzo Grilli), Begalone (Flavio Francucci), Agnolo (Josafat Vagni), Er Fusajaro (Alberto Onofrietti), Er Froscio (Giampiero Cicciò) e tutti gli altri; si alternano sulla scena con l’accento romanesco e una ferma antieroicità. Ciascuno è ventriloquo di sé stesso, mentre si racconta rigorosamente in terza persona. Diciotto ragazzi, un’ondata vitale di caratteri che portano a spasso per il palcoscenico il comico e il grottesco, il tragico, la spontaneità, l’indifferenza e la bontà; è così dal Tiburtino al Fontanone di Piazza di Spagna, da Ponte Mammolo a Centocelle.

Non appena il loro linguaggio diventa senza peso (allo spettatore casuale sembra di vederlo, mentre aleggia sopra le cose sulle note di Claudio Villa), piomba su di loro uno straniero che li spia, ma di cui sembrano non accorgersi. Senza essere visto li rimette in carreggiata, ne corregge le reticenze e tiene in mano il filo di Arianna della narrazione. Lino Guanciale, nelle vesti del narratore, infonde allo sceneggiato il peso, lo spessore, la concretezza dei corpi, la solidità delle sensazioni.

Lino Guanciale
Lino Guanciale

Mentre il sipario si abbassa, allo spettatore casuale la tripla rincorsa degli attori verso la platea strappa un sorriso. Cosa c’è di più bello ed entusiasmante di dare qualcosa che ti è molto caro, quello che hai di più caro – la passione, il punto bianco e vuoto al centro dell’essere – a qualcuno di totalmente estraneo? Avrà cara questa domanda, non cercherà una risposta che non gli è stata data perché non la potrebbe ancora vivere.

Deve ammetterlo, lo sente un po’ di quel vuoto da ultima pagina. Lo spettatore casuale esce di scena così, stringendo virtualmente la mano ai diciotto talentuosi attori (dei quali per ragioni di spazio non riesce a riportare tutti i nomi), a Massimo Popolizio, a Emanuele Trevi. E aggiungendo una postilla all’ossimoro che ha aperto questo articolo, gentilmente estorto a Lino Guanciale all’uscita dai camerini. Non più puro e selvaggio, ma evanescente e viscerale: ecco come avrebbe risposto se fosse toccato a lui definire in due parole un imperdibile Ragazzi di Vita.

Grazia Menna per MIfacciodiCultua

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.