I Grandi Classici – Sadismo e borghesia allo stato più puro, “L’Innocente” di Gabriele d’Annunzio

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Esiste un peccato originale nella cultura italiana, che prende il tratto da molto lontano: è un peccato bello pulito, fatto di tovaglie di fiandra, di sveglie comode, di cameriere e di un paio d’orette al mattino più un paio al pomeriggio prima del tè passate a scrivere pacificamente (cit.), con la consapevolezza che qualsiasi cosa verrà prodotta troverà pubblicazione, pubblico e almeno una buona parte della critica entusiasta.

Sadismo e borghesia allo stato più puro, L'Innocente di Gabriele d'Annunzio

Ecco che la stragrande maggioranza degli scrittori italiani è da secoli intellettuale prima che artista-creatore, più connesso alla politica e all’economia (per tacer di lobby e massonerie assortite) che alla letteratura. Niente a che vedere con le figure bohémien nelle soffitte parigine, niente coi russi che scrivono a lume di candela, niente con un ubriacone come Hemingway che si siede e si mette a sanguinare: noi i romanzi li scriviamo anche in dieci stesure (vedi Moravia) e ne otteniamo premi e riconoscimenti e opere il cui valore è più che altro di arredamento, ammesso che la copertina si intoni col divano.

Nell’economia dell’opera dannunziana L’Innocente è un romanzo sperimentale, carico di intenzioni e di finalità. D’Annunzio intese assegnargli un ruolo innovatore, in senso morale e artistico.

Maria Teresa Giannelli

Sadismo e borghesia allo stato più puro, L'Innocente di Gabriele d'Annunzio
L’Innocente

Dal nostro punto di vista, questa dotta disquisizione critica è sufficiente e ci conforta nel giudizio di un’opera macchinosa e artefatta; la qual cosa viene ancor più avvalorata dal fatto che trattasi nella fattispecie del secondo romanzo di un trittico, i Romanzi della Rosa (composto oltre che da L’Innocente anche da Il Piacere e Il Trionfo della morte), laddove detta Rosa viene definita dalla critica come “voluttà”, mentre più prosaicamente noi viene in mente non tanto Bocca di Rosa ma, sempre di de André, “sempre la stessa rosa” che viene venduta dalla protagonista di Via del Campo.

Insomma, anche nei progetti più alti e filosofici, il Vate si dimostra velleitario e cialtronesco, e non riesce nemmeno in fase programmatica e progettuale ad essere all’altezza delle proprie presunzioni: lungi dall’essere deliziati dalla definizione del trittico in questione, la valutiamo come valuteremmo noi stessi se ci mettessimo a comminare al lettore gustosi calembour giocando sulla caduta di una consonante vibrante alveolare alla fine del nome “Vate” e collegandoli alla famosa tendenza coprofila dei cosiddetti giochi “dannunziani” (lungi da noi humour di così bassa lega, peraltro).

Intendiamoci, non che il romanzo sia privo di qualità, anzi, giacché la tematica è quanto mai attuale in tempi in cui la violenza sui minori ha raggiunto livelli inauditi, ma in pagine e pagine in cui la trama si sviluppa con una lentezza inaudita, da romanzo epistolare quasi, manca l’intreccio che susciti interesse, sacrificato ad un cervellotico autocompiacimento del sé (che troveremo altrove nella letteratura alta, come in Svevo e Pirandello, ma con ben altri risultati).

Sadismo e borghesia allo stato più puro, L'Innocente di Gabriele d'AnnunzioLa trama de L’Innocente è presto detta: il protagonista, Tullio Hermil, è un adultero seriale, che oggi potrebbe andare in clinica per la dipendenza dal sesso come Michael Douglas: non solo egli tradisce ripetutamente la moglie, ma non fa neppure mistero della cosa, adducendo come scusa la sua impossibilità alla fedeltà. Dopo un periodo di allontanamento dal tetto e soprattutto dal talamo, torna dalla moglie Giuliana per scoprire che anch’ella gli è stata infedele e che da tale infedeltà aspetta un figlio. L’elenco delle proprie infedeltà pregresse costringe Hermil a perdonare la moglie che prima aveva fatto tante volte altrettanto. Perdono del tutto fittizio, però, poiché l’infame personaggio odia il bambino, frutto del “tradimento” della moglie, fino ad arrivare ad ucciderlo, esponendolo al gelo durante la notte di Natale.

Del romanzo, il grande Luchino Visconti ha tratto un ottimo film, con un perfetto Giancarlo Giannini nei panni di Hermil e Laura Antonelli nei panni di Giuliana: a differenza del libro, la fine vede in maniera leggermente incongrua il suicidio di Hermil, che anche dal punto di vista narrativo nulla dà e nulla toglie al romanzo. Il qual romanzo, secondo il critico Borghese avrebbe il passo di Tolstoj e Dostoevskij: a nostro giudizio, è come paragonare Fabrizio Corona a Sebastiao Salgado, posto che entrambi, tecnicamente, sono dei fotografi. La cosa veramente grave però, da parte di Borghese come da tanta critica, è considerare il personaggio di Hermil come portatore di una sorta di “lucidità intellettuale”.

Sadismo e borghesia allo stato più puro, L'Innocente di Gabriele d'AnnunzioFacile attribuzione, peraltro, perché d’Annunzio, con la sobrietà che gli è propria, mette in bocca tale definizione allo stesso protagonista più o meno negli stessi termini: «Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto». Questo pressoché all’incipit dell’opera, poi tutto il dipanarsi dei ragionamenti del protagonista segue questa altissima valutazione di sé: ma la pur innegabile lucidità con cui Hemil stesso non crede mai alla propria bontà d’animo, alla veridicità delle proprie promesse e pentimenti, alle sue teatrali (e come in teatro, tutto in Hermil è finzione scenica) conversioni morali non si traducono come avrebbe voluto l’autore (unitamente ad una critica acritica) nel tratteggio di un intelletto superiore, bensì in quello di un narcisista patologico. Definizione quest’ultima, peraltro, che riflette bene la figura dell’autore stesso, al quale tutto sommato non sarebbe stato sbagliato diagnosticare un disturbo narcisistico di personalità ante litteram.

Incentrato sulla sensualità e sulle perversioni, ma senza la forza esplicitamente programmatica delle disavventure della virtù di una Justine di de Sade, o senza la capacità di essere oltraggiosamente esplicito di un Apollinaire, L’innocente resta a metà, come trattenuto da una sorta di pruderie dell’ultima ora, come per il desiderio, in fondo, di una accettazione nel Circolo degli Intellettuali Borghesi.

Nondimeno, l’idea di fondo nobilita, quella sì, l’intero volume e ci rivaluta l’intera figura dannunziana: fornire una prova della malvagità fondamentale umana.

Perché l’uomo ha nella sua natura questa orribile facoltà di godere con maggiore acutezza quando è consapevole di nuocere alla creatura il godimento?

Non possiamo, esperienza empirica alla mano, che porci la stessa domanda.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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