Nelle mani di Vivian Maier: scatti di vita in mostra a Monza

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Nelle mani di Vivian Maier: scatti di vita in mostra a Monza

1-1Dall’8 ottobre è aperta a Monza una mostra molto interessante: Vivian Maier. Nelle sue mani. L’intento di ViDi, società che si è occupata dell’allestimento di questa esposizione fotografica, è quello di rendere omaggio a colei che viene considerata, soprattutto negli ultimi anni, l’antesignana della Street Photography. A mio modesto avviso credo che l’obiettivo sia stato raggiunto appieno sotto aspetti diversi: Nelle sue mani riesce a trasportare il visitatore nella vita dell’autrice di questi scatti che sono, qui più che mai, vere e proprie istantanee di vita. Immagini che diventano parole, frasi, pagine intere di un fitto diario personale. Diario che ci racconta tanto dell’autrice quanto del mondo che la circondava, in maniera diretta, a volte brutale, sicuramente senza filtro. Per chiunque ami la fotografia o sia semplicemente affascinato dall’arte di raccontare per immagini Vivian Maier. Nelle sue mani è un appuntamento da non perdere.

Una mostra, anche fotografica, è prima di tutto un luogo d’esposizione. Nel nostro caso il luogo è l’Arengario di Monza. L’edificio, costruito nel 1293 per volere di Pietro Visconti, rappresenta l’antico Palazzo Comunale di Monza. Situato al centro della città, in Piazza Roma, l’Arengario rappresenta un vero e proprio polo cittadino, il che lo rende sfortunatamente, per chi volesse visitarlo (e di conseguenza visitare la mostra), difficilmente raggiungibile con mezzi propri. Ma entrando più nel dettaglio della descrizione dello spazio espositivo si può certamente sostenere che l’ampia sala che l’Arengario mette a disposizione degli allestitori sia un luogo perfetto, in particolar modo per eventi a tema fotografico. Lo spazio è sviluppato da un’unica sala sopraelevata rispetto alla piazza, molto spaziosa e alta, pur mantenendo un’unità forte, il che credo favorisca la concentrazione del tema. Delle scale a chiocciola in entrata conducono alla sala espositiva, rivestita con parquet e contraddistinta da un soffitto alto con capriate in legno.

2-1Il corpo della mostra è costituito da un centinaio di foto, più che sufficienti per riempire lo spazio in maniera adeguata. La maggior parte degli scatti occupa le superfici delle pareti perimetrali, oltre a pannelli aggiuntivi posizionati al centro della sala, di pianta semplice, rettangolare. Un aspetto da non sottovalutare e per il quale occorre lodare i curatori, è l’audioguida compresa nel prezzo del biglietto (da non sottovalutare, sia perché in genere è esclusa, sia perché in questo caso è particolarmente indicata per capire meglio il senso della mostra stessa). Le fotografie selezionate per la mostra rappresentano una buona selezione degli scatti di Vivian Maier, anche se dato il numero elevato del materiale a cui attingere credo sia molto soggettiva come selezione. Va però anche considerato che la selezione del proprietario dei negativi John Maloof, le scelte della curatrice Anne Morin, oltre alle varie consulenze abbiano in conclusione fatto sì che sia stata una ponderazione collettiva a determinare quali siano state le istantanee da destinare all’evento.
Ad ogni modo, la mostra è concepita per macro-temi, che raggruppano in insiemi più o meno definiti gli scatti: autoritratti (probabilmente i più famosi e gettonati dagli organizzatori delle mostre), bambinigente di strada, sagome, super 8 (sue due schermi vengono riprodotti in loop alcuni dei filmati girati in formato super 8 dall’autrice), vita di strada, vip, ritratti, colore (affiancate da uno schermo sul quale veniva trasmesso il documentario Finding Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel), Provini. I titoli sono espressione del mio libero pensiero e li propongo qui solo per offrire uno spunto ai lettori.

3-1In conclusione vorrei proporre delle considerazioni personali. Le fotografie di Vivian Maier, che con la loro spontanea vitalità mantengono una cura per la composizione sorprendente, acquistano maggiore fascino soprattutto se valutate in relazione alla vita di Vivian. Una storia toccante, dall’inizio alla fine. Il ritrovamento dei rullini da parte di John Maloof ha qualcosa di mitico, quasi mitologico, è una storia che potrebbe benissimo essere stata scritta da un antico greco (come diceva Marco Paolini), una predestinazione feroce, ironica e sadica (soprattutto dal nostro punto di vista, da spettatori), dal sapore amaro. Rimane il dubbio malinconico, lasciata la mostra, di sapere se a Vivian Maier sarebbe piaciuto che le sue fotografie, le pagine di questo suo diario, venissero rese pubbliche, viste da così tanti estranei.

Damiano Sessa per MIfacciodiCultura

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