Alessandro D’Avenia, grazie di averci mostrato “L’arte di essere fragili”

0 2.875

Alessandro D’Avenia, grazie di averci mostrato L’arte di essere fragili

Alessandro D'Avenia, grazie di averci mostrato L'arte di essere fragili
Alessandro D’Avenia

L’arte di essere fragili – Come Leopardi può salvarti la vita di Alessandro D’Avenia è la quarta pubblicazione dell’autore di origine siciliana, che ha fatto però di Milano la sua città. Il libro è edito da Mondadori, nelle librerie dal 31 ottobre. Un racconto teatrale omonimo, realizzato in collaborazione con Gabriele Vacis e Roberto Tarasco è, inoltre, una sorpresa che D’Avenia regala al suo pubblico.

Premetto che solitamente non scrivo articoli in prima persona. E premetto anche che sto scrivendo queste righe di getto, appena conclusa la lettura del nuovo libro in questione, e dopo essere stata all’evento firmacopie organizzato dalla Rizzoli (in Galleria Vittorio Emanuele, Milano).

L’opera non si può considerare né un romanzo né un saggio di critica letteraria, bensì una lettera aperta tra lo stesso Alessandro D’Avenia e Giacomo Leopardi, tra il lettore ideale nato nel ventesimo secolo a cui il poeta avrebbe potuto dedicare la sua epistola d’eccellenza e Leopardi stesso. Questa l’idea che il poeta avrebbe voluto realizzare, indirizzarsi ai posteri, se la sua salute gli avesse concesso più tempo, e questa l’idea che D’Avenia non si fa sfuggire, creando così di conseguenza un dialogo in cui si inserisce anche il lettore più giovane, lo studente dei nostri banchi di scuola.

Dunque, se scrivere vuol dire principalmente mettere in gioco se stessi, scelgo di fare così questa volta, rivolgendomi direttamente a te, profduepuntozero, per il fatto di essere stato un continuo esempio di ispirazione per molti dei giovani della mia età, capace di far andare alla ricerca di domande e di risposte su quanto più abbiamo a cuore.

A volte un sorriso e uno sguardo valgono più di mille parole. A volte a causa dell’emozione si fa fatica ad elaborare tutti i pensieri che si annidano nella mente. Avrei voluto, prof, dirti immensamente grazie per quanto i tuoi libri siano fonte di insegnamento e di ispirazione. Avrei voluto dirti grazie per la passione incredibile, tenace e duratura che metti nel tuo lavoro di scrittore e insegnante, per tutto il tempo che dedichi alla trasmissione della Bellezza e dell’Arte. Avrei voluto dirti che ho concluso di leggere il tuo libro in due giorni, assimilandone il più possibile, presa dalla novità, ma soprattutto dall’intensità delle sue pagine. Ma avrei voluto anche dirti che non esiterò a rileggerlo da capo, sottolineando i passaggi più significativi, per rendere la pagina più usata, anche un po’ mia. Avrei voluto dirti che le tue parole sull’importanza delle materie umanistiche, sul senso della Letteratura e della Cultura sono state fondamentali per quella che ritengo essere la mia scelta di vita, per il fatto di sentirmi ancorata alla potenza e alla ricchezza della scrittura, perché sognare un po’ fa comunque bene.

L'arte di essere fragili
dal ritratto di A. Ferrazzi, XIX secolo

Probabilmente immagini che ogni tuo lettore vorrebbe confidarti tutto questo, in maniera simile, eppure, come è più che comprensibile, non c’è né tempo né occasione sufficiente per farlo. Ma va bene così. Il solo fatto di esserci stati, il solo fatto di averti salutato ad un firmacopie o di aver assistito ad un tuo discorso permette di ringraziarti nella maniera più semplice possibile.

Cosa mi ha insegnato L’arte di essere fragili? Semplicemente l’imparare a essere consapevoli di esserlo. E mai queste parole dovrebbero essere banalizzate dal giudizio comune, perché, come tu stesso ci inviti a capire, l’essere fragili è uno stato, una coscienza che si acquisisce col tempo, un’arte che si può guadagnare anche grazie all’aiuto di chi ci è vicino, un’avventura che dura tutta la vita, in grado di far mettere in discussione la prima essenza di noi stessi.

Cosa mi ha insegnato Leopardi? Innanzitutto, il fatto che nessuno alla sua maniera scrisse e scriverà mai più versi come quelli dell’Infinito, del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, della Ginestra. Anche se può essere ovvio che la Storia non torna indietro, è meno ovvio che sia la poesia a farla riscoprire sempre, a farla avanzare nella nostra epoca contemporanea, rendendoci partecipi, oggi come allora, di quell’incanto letterario senza fine.

Leopardi insegna che non c’è niente di male nell’essere malinconici, nell’essere talvolta pensierosi e solitari, perché è proprio in quell’attimo sospeso, in quell’attimo di silenzio e di esitazione che cogliamo una sfumatura di bellezza, il piacere di vivere qualcosa. Il poeta di Recanati tramanda la più grande lezione di sempre, la meno scontata: l’infinito si può riparare. E ciò è reso possibile dall’incontro col limite, di cui, appunto, il tuo libro chiarisce. Se l’infinito porta naturalmente a desiderare la bellezza e la felicità, di conseguenza è dal limite che l’uomo raccoglie il suo dolore e la sua rabbia. E non casualmente nell’essere umano oscillano perennemente gioia e tristezza, mostrando sorrisi o lacrime. Il bianco della Vita da un lato, il nero della Morte dall’altro, probabilmente.

L'arte di essere fragili
manoscritto dell’Infinito

Il percorso delle età dell’uomo da sempre affascina per la sua verità. Ecco un altro progetto mai portato a termine del poeta del colle. Non si può essere stati adulti senza essere stati bambini (anche se il Piccolo Principe afferma che solo pochi se ne ricordano effettivamente), ma si può essere adolescenti senza pensare che un giorno si sarà adulti, mentre si può essere giovani pensando che sì, l’essere adulti è alle porte, con tutte le paure e le angosce che ciò comporta. E poi il significato della riparazione, della rinascita: la facoltà di risorgere dalle proprie ceneri come una fenice, è la metafora più mistica che inserisci, Alessandro. E davanti alla potenza di un’immagine del genere il silenzio soltanto è sufficiente.

Non potendo scrivere in questo frangente pagine su pagine, un’ultima cosa vorrei citare: l’importanza che in maniera sottile e rispettosa, ma allo stesso tempo incisiva hai saputo riportare delle cose piccole. L’essere umili può essere sinonimo di essere fragili, ma non l’essere deboli. Lo hai ribadito tu stesso: Francesco d’Assisi mise in luce tutta la sua fragilità quando scrisse Il cantico delle creature, ma non certamente la sua debolezza, bensì il suo coraggio, la sua energia vitale. La stessa che, evidentemente, possedeva Leopardi, anche se pochi dalla sua parte se ne accorsero. Eppure, è inevitabile che Giacomo sentisse di averla, perché altrimenti la sua opera poetica non sarebbe quella che è. Immortale ogni volta. Così sì che se non salva del tutto la vita, sicuramente può cambiarla.

Proprio questa è la parola che riassume L’arte di essere fragili: sentire. Sentire le parole impresse sulla carta. E grazie alla copertina, sentire e capire di essere fragili e delicati come una farfalla, senza per questo saper spiegare perché mai si è in grado di arrivare sulla luna. Silenziosa ma intenditrice, come l’ha voluta Leopardi.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.