E se cercassimo di non ridurre anche l’Arte a un tramestio di neuroni e psicosi?

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E se cercassimo di non ridurre anche l’Arte a un tramestio di neuroni e psicosi?

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Schiavo Giovane – Michelangelo

I Prigioni di Michelangelo sono statue scolpite dall’artista per la tomba di Giulio II. Di queste sei statue, le quattro risalenti alla prima metà del Cinquecento, esposte a Firenze (lontano dalle altre due al Louvre), sono una delle massime espressioni della tecnica del non-finito michelangiolesco. Immortalando nel prodotto artistico i suoi ideali platonici, i colpi dello scalpello non completano l’immagine. Essa rimane emergente, in fieri, in un piano etero, a metà tra la materia e l’idea. I Prigioni si fanno materia, ma sono incastrati in essa, quasi eterne figure della tomba per l’anima che è il corpo. Ma l’immagine si scorge, l’idea lotta con tutta se stessa contro la bruta terra, cerca di esprimersi e liberarsi.

L’eterna lotta del concetto con la materia, dell’iperuranio con il mondo cosale. E, con essa, viene portata alla luce l’incapacità umana di cogliere un’idea nella sua interità, quell’impossibilità di scardinarsi dal’esperienza per pensare ad un concetto.

Non ha l’ottimo artista alcun concetto

c’un marmo solo in sé non circonscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

la man che ubbidisce all’intelletto.

  Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,

in te, donna leggiadra, altera e diva,

tal si nasconde; e perch’io più non viva,

contraria ho l’arte al disïato effetto.

  Amor dunque non ha, né tua beltate

o durezza o fortuna o gran disdegno,

del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

  se dentro del tuo cor morte e pietate

porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno

non sappia, ardendo, trarne altro che morte.

Michelangelo – Sonetto 151, Non ha l’ottimo artista alcun concetto (da Rime)

L’artista, che sia il neoplatonico Michelangelo o l’insano Van Gogh, opera sicuramente per spontaneità. Ma vi sono riflessioni interne, esigenze che cercano di essere espletate. Ogni Arte è un Mondo, è una visione di questa materialità vista attraverso il medium degli occhi del pittore, dello scultore, sino ad arrivare al poeta.

È risaputo che Van Gogh avesse problemi psichici alquanto rilevanti, quelli che lo portano a tagliarsi un orecchio – forse considerato pegno d’amore – o che forse lo portarono a disegnare quei corvi premonitori di morte nel suo campo di girasoli.

Ma, ad oggi, sarebbe lecito ridurre tutta l’Arte di un pittore alla sua follia?

Ci sembrerebbe un modo per sminuire un genio, senza dubbio. Come dire, per continuare su questa scia, che le Ninfee di Monet sono tali non per una consapevole e maturata scelta artistica ma per la cataratta di cui era affetto. Per quanto questi fattori facciano parte dell’opera, non si può certo sminuire un quadro alle determinate condizioni fisiche e psichiche di chi lo ha dipinto. Come si distingue l’uomo dall’artista, evitando di rendere per esempio le opere di Toulouse-Lautrec il mero prodotto di un pervertito troppo basso, d’altro canto anche l’essere carnale che ha prodotto qualcosa, con le sue debolezze e le sue malattie, non possono ridurre a sì pochi elementi un artista.

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Monet – Ponte Giapponese (1899)

Sono componenti varie e intrecciate: senza la cataratta Monet avrebbe dipinto diversamente quel ponte? Senza dubbio. Senza quella malattia che gli modificava la vista avrebbe visto il mondo – letteralmente – con altri occhi? Altrettanto indubitabile. Ma sarebbe stato il grande Monet?

Qui, forse, il dubbio inizia a insinuarsi in noi.

La discussione su cosa sia Arte, cosa sia bello e di conseguenza cosa sia opera d’arte è un dilemma secolare che ha impegnato i pensatori prima ancora che Baumgarten desse il nome di estetica a questa disciplina. Il bello dove sta? Nell’iperuranio, lasciando dunque l’artista a esser semplice demiurgo senza possibilità di scolpire la percezione? O invece il bello è ciò che pare simile massimamente alla natura, pur differenziandosene in quanto prodotto artificiale? Oppure, ancora, il bello è tutta questione soggettiva che mai potrà essere definito? Ed è gioco forza che dalla nostra visione del bello e del mondo ne discenda cosa sia l’opera d’arte. È ciò che tutti dicono tale? O invece vi è un prototipo di arte bella da seguire, magari che non segua le mode dell’effimera cultura umana?

I problemi teorici che concorrono ad una discussione sull’Arte e sul Bello sono tanti e, platonicamente parlando, possono anche avere risvolti in altri campi, come quello etico-morale.

Quello che però un po’ mi preoccupa, in questo mondo così impregnato di scienza e scientificità, che tutto si possa risolvere a delle connessioni neurali ben specifiche. Dopo che sono stati scoperti i neuroni-specchio, tutte le scienze sono state investite da questa novità che, ed è innegabile, ci ha spiegato molto del nostro cervello e di come esso funziona.

Come per le altre discipline, anche l’estetica si è aperta a questa novità: ed ecco che nasce la neuroestetica.

Insomma, si scopre che anche se Michelangelo si è così tanto impegnato per non scolpire precisamente quei quattro Prigioni, il nostro cervello coglie benissimo il movimento da essi compiuto. O, ad esempio, sono i neuroni specchio quelli che, davanti ad un taglio di Fontana, non pensano al taglio in sé sulla tela ma vengono rimandati al movimento che l’artista ha fatto per incidere.

Ed ecco quindi che i neuro critici dell’arte rivedono le grandi opere alla luce di questa nuova scoperta, ampliando l’interpretazione di un’opera e delle modalità tramite cui è stata compiuta.

20th Century Italian Sale Sotheby's London - 15 October, 2007 Lucio Fontana (1899-1968) Concetto Spaziale, Attese signed, titled and inscribed Questo quadro a sette tagli... on the reverse waterpaint on canvas Executed in 1968. Estimate: £700,000 - £1,000,000
Lucio Fontana – Concetto Spaziale, Attese

Come dovrebbe sempre essere, le varie discipline si intrecciano e si scambiano al fine di avere lo sguardo più ampio possibile su quel grande mistero che è l’Uomo, analizzandolo sotto ogni aspetto.

Uno sforzo notevole, ambizioso. Ma che comporta un pericolo. Appurato che i nostri neuroni specchio davanti ad un taglio su una tela si attivino e pensino senza filtri a quel gesto che ha prodotto quello squarcio, ammirando la scoperta di questi meccanismi “inconsci” (nel senso che i neuroni scaricano anche senza compiere il gesto ma all’idea di un altro, nemmeno presente, che compie tale movimento), alla teoria artistica quanto può essere necessario concentrarsi su questo particolare?

Alle volte si ha come l’impressione che, siccome siamo uomini di questo tecnologico e scientico secolo, tutto si debba leggere alla luce della scienza. Come nel Novecento si è voluto leggere molto alla luce della psicologia. Quindi l’Arte è diventata un modo per curare un cervello malato, e così la musica, o il teatro.

Ma, forse senza bisogno di Freud e dei neuroni specchio, Aristotele ci aveva già detto qualcosa di simile. L’uomo vive la tragedia di Medea, soffre nell’uccidere i propri figli, piange e ammattisce con lei. Salvo poi liberarsi di questi sentimenti, purificandosene, nel momento in cui lo spettacolo finisce e la tragedia rimane dov’è: sul palcoscenico.

Forse è questo il vero specchio che dobbiamo interrogare? Quella superficie riflettente dell’opera estetica, di quale specie essa sia, che ci svela alla fine sempre il solito grande e misterioso artefice di ogni emozione e prodotto?

Alla fine, è sempre all’Uomo che torniamo.

Ed è cui che forse dovremmo tornare, alle volte, senza rischiare nel cadere ostinatamente in un tentativo di scientificità.
La strada è ghiotta e sembra ricoperta d’oro: la scienza, quella mitica disciplina che si gioca sull’oggettività e non si scontra con annose questioni sentimentali o morali.
Come diceva bene Popper, però, è anche quella disciplina che vive di falsificazioni, e non di verificazioni. Perché, non avendo divinità o fini da perseguire se non la ricerca, è sempre in continuo superamento di sé e senza nessun obbligo di trovare verità imperiture.

Insomma: alle volte sarebbe bene ammirare un’opera in quanto tale. Senza se, senza ma, senza indagini e senza teorie. Perché l’esperienza estetica, da sola, è il modo più elevato per mettersi in contatto con la grande anima che l’ha prodotta.

Lo avete visto il Mandrillo in questo quadro di Franz Marc?
Lo avete visto il Mandrillo in questo quadro di Franz Marc?

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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