Mario Rigoni Stern e la drammaticità della guerra nelle sue pagine

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Mario Rigoni Stern e la drammaticità della guerra nelle sue pagine

Mario Rigoni Stern e la drammaticità della guerra nelle sue pagineNato ad Asiago il 1° novembre 1921, Mario Rigoni Stern è stato uno tra i maggiori scrittori del dopoguerra che la letteratura italiana ricordi.
Nato da una famiglia di commercianti, trascorse un’infanzia serena, circondato dai pastori e dai paesaggi alpini, frequentando la scuola di avviamento al lavoro e svolgendo le mansioni di garzone nel negozio dei genitori. Furono questi gli anni in cui lo scrittore scoprì, insieme all’amore per la sua città natia, anche quello per la letteratura, immergendosi tra le pagine dei grandi classici di autori come, soltanto per citarne alcuni, Dante, Manzoni, Tolstoj, Stevenson, Nievo eVerne.

La letteratura è una foresta Ci sono alberi grandi e bellissimi che superano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi. Dove la foresta alpina si dirada e la montagna diventa nuda, lassù cresce l’albero più piccolo della terra: il salice nano. Nella foresta della letteratura io sono un salice nano

L’episodio centrale nella sua vita sia di uomo che di scrittore avvenne nel 1938, quando la guerra sembrava ancora lontana e Rigoni decise di arruolarsi come volontario alla scuola militare di alpinismo di Aosta. Ma la guerra scoppia, e con essa la vita dello stesso Rigoni Stern, che si vede prima impegnato sul fronte alpino, poi su quello albanese. Successivamente prese parte alla Campagna di Russia e fu uno dei pochi sopravvissuti alla ritirata del 1943.

Sono le memorie di questo periodo quelle che Mario Rigoni Stern rievoca nella sua celebre opera Il sergente nella neve, pubblicato da Einaudi nel 1953 su indicazione di Elio Vittorini. Con il romanzo lo scrittore-alpino si colloca nella corrente neorealista e tra le pagine del libro ci offre una serie di situazioni, immagini e temi che possono analogamente essere riconducibili alle opere di autori quali Primo Levi, Nuto Revelli ed Eugenio Corti. Opere dal retrogusto amaro e drammatico perché drammatica fu la loro vita, segnata non soltanto dall’esperienza della ritirata ma, inoltre, anche da quella del lager: Mario Rigoni Stern vi rimase confinato per ben due anni a causa del suo negarsi all’adesione alla Repubblica di Salò.

Mario Rigoni Stern e la drammaticità della guerra nelle sue pagineVinto dall’apatia e dai traumi derivanti da queste esperienze, Rigoni Stern inizialmente fatica a reinserirsi nella città del tanto desiderato Altopiano, ma poi viene assunto come diurnista di terza categoria al Catasto e con la ripresa del lavoro sembra riaccendersi in lui anche la vecchia fiamma della lettura. Sono questi gli anni in cui si approccia, infatti, ad autori stranieri come Hemingway, Kafka, Lorca, Eliot, fino ad arrivare alla letteratura russa e francese.

La vita sembra ripartire e all’uscita del già citato romanzo Il sergente nella neve, conosce Giuseppe Ungaretti, Carlo Emilio Gadda, Paolo Molinelli, Arnoldo Mondadori ed Adriano Olivetti, inserendosi così nell’ambiente letterario che sembra aveva stimato.

In nome di un amore incondizionato per la natura e le sue radici, pubblica altri romanzi incentrati sul rispetto e la sensibilità verso l’ambiente circostante come Il bosco degli urogalli e Uomini, boschi e api.

Riconosciuto come una persona dalla mente brillante, gli viene riconosciuta la laurea honoris causa prima in Scienze forestali ed ambientali dall’Università di Padova ed in seguito quella in Scienze politiche dall’Università di Genova.

Muore il 16 giugno 2008, in seguito ad un tumore al cervello diagnosticato l’anno precedente, sull’altopiano a lui caro, nel luogo che per tutta la vita amò intensamente e che oggi ritroviamo ancora tra le righe delle sue storie.

Martina Baronti per MIfacciodiCultura

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