Seneca e l’amicizia: vera dedizione o mero opportunismo?

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Seneca e l’amicizia: vera dedizione o mero opportunismo?

La nona epistola di Seneca a Lucilio tratta ancora di amicizia, e approfondisce la distinzione tra amicizie autentiche e amicizie interessate. Ma, prima di tutto, il filosofo risponde a una domanda preliminare: si può stare senza amici? La risposta è sì. O almeno, questa deve essere la situazione di base da cui partire. Prima è necessario costruire la propria identità, poi la si può mettere alla prova attraverso il confronto con gli altri, la creazione di relazioni e legami. Seneca spiega che per vivere bene dobbiamo imparare ad essere autosufficienti e non dipendenti o bisognosi delle altre persone. Solo questo può salvaguardare il nostro equilibrio da un improvviso ribaltamento delle sorti, come la perdita di una persona cara o di un’amicizia. Prima di contare sugli altri, dobbiamo contare su noi stessi.

Seneca e l'amicizia: vera dedizione o mero opportunismo?Ampliando la riflessione, questo principio si può applicare sia nei rapporti di amicizia sia in quelli amorosi: l’imperativo è evitare di essere succubi, conservare sempre la propria identità, il proprio carattere, le proprie qualità distintive. La dipendenza dalla presenza di un’altra persona può rafforzarsi nel tempo e provocare grandi sofferenze in caso di rotture. Diciamo pure che vale la regola: meglio prevenire che curare.

Tuttavia, quando il nostro equilibrio personale è al sicuro, siamo liberi di concederci tutte le amicizie che desideriamo. Seneca spiega la tecnica per fare nuove amicizie attraverso una frase presa in prestito da Ecatone, filosofo stoico: «Ego tibi monstrabo amatorium sine medicamento, sine herba, sine ullius veneficae carmine: si vis amari, ama». Traduciamo come «ti mostrerò un filtro amoroso senza veleno, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama». Se vogliamo attrarre le altre persone verso di noi, suscitare in loro sentimenti positivi, anche noi stessi dobbiamo emanare serenità e positività. Non c’è filtro magico, incantesimo o pozione che tenga: per affascinare gli altri, basta la cura di sé. Senza dimenticare che provare emozioni, sentimenti, è sano solo se si genera un circolo virtuoso tra due persone.

Seneca passa, quindi, alla distinzione tra le vere amicizie e quelle, invece, dettate dall’opportunitàEpicuro, in una sua lettera, sosteneva che l’amicizia dovesse essere utile «ut habeat qui sibi aegro adsideat, succurrat in vincula coniecto vel inopi», ovvero «per avere qualcuno che ci assista nella malattia, ci soccorra nella prigionia o nella povertà». Seneca si oppone a questa citazione affermando che il vero saggio debba ricercare solo amicizie disinteressate, «ut habeat aliquem cui ipse aegro adsideat, quem ipse circumventum hostili custodia liberet» («affinché lui stesso abbia qualcuno da assistere nella malattia, qualcuno fatto prigioniero dai nemici da liberare»). Solo quest’ultima è un’amicizia autentica, che mira a superare insieme le avversità, l’altra è, invece, effimera, insincera, basata sull’utile:

Hae sunt amicitiae quas temporarias populus appellat; qui utilitatis causa adsumptus est tamdiu placebit quamdiu utilis fuerit.

Queste sono le amicizie che la gente definisce occasionali; chi è stato scelto per la sua utilità, piacerà soltanto finché sarà utile.

Seneca e l'amicizia: vera dedizione o mero opportunismo?L’autore fa l’esempio delle persone ricche, che attirano a sé tanti amici, che sono per la maggior parte occasionali e che non hanno remore a tradirli in vista di un lauto tornaconto: «qui amicus esse coepit quia expedit, placebit aliquod pretium contra amicitiam», ovvero «chi ha iniziato un’amicizia perché gli conveniva, accetterà di scambiarla con qualsiasi cosa».
Seneca ci mette in guardia contro gli opportunisti e ci consiglia di apprezzare solo l’amicizia pura, che non ha secondi fini. In questo, la paragona all’amore:

Ipse per se amor, omnium aliarum rerum neglegens, animos in cupiditatem formae non sine spe mutuae caritatis accendit.

L’amore di per se stesso, noncurante di nessuna altra cosa, accende gli animi nel desiderio della bellezza, insieme alla speranza di essere ricambiato.

Il nostro filosofo ci sprona, ancora una volta, a trovare il nostro equilibrio interiore per poi essere capaci di apprezzare l’autentica bellezza dei sentimenti: i legami umani assumono valore solo nella loro essenzialità, e in essa si forgiano e rafforzano. Invece, se associati all’utile, nascono fragili e sono destinati a creare apprensione e timore di perdere i vantaggi acquisiti. Per essere felici, dunque, impariamo a cercare nell’amicizia solo l’amicizia e nell’amore solo l’amore. La ricchezza e il successo devono provenire da noi e dalle nostre capacità. In questo modo miglioreremo anche la stima di noi stessi e riusciremo a cogliere la bellezza dei gesti d’affetto quotidiani, spontanei, disinteressati: un privilegio prezioso negato ai più.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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