Cultura ≠ Censura: perché porre limiti al linguaggio artistico?

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La questione della censura dell’arte è molto cara ad Artspecialday: abbiamo parlato dellOrigine del Mondo di Courbet censurata da Facebook (che non smette di mietere vittime, come vedremo più avanti), del provocatorio Manet e del suo all’epoca non capito quadro Le déjeuner sur l’herbe, abbiamo raccontato di Megumi Igarashi, artista giapponese le cui opere sono bandite in patria, siamo rimasti scioccati da Fox News che un anno fa pixelava i capezzoli de Le Donne di Algeri (Versione 0) di Pablo Picasso, ci siamo indignati per la censura cinematografica, abbiamo approfondito il significato del celebre romanzo Fahrenheit 451 ed infine abbiamo ricordato l’Esposizione dell’Arte Degenerata del 1937.
Ci siamo interrogati sul perché un’opera andrebbe censurata e siamo giunti alla conclusione che è un diritto e forse anche un dovere dell’arte essere provocatoria e forse anche un po’ oscena.

Schiele, Balthus, Klimt, Marcel Duchamp sono solo alcuni degli illustri artisti le cui opere subirono un trattamento censorio, ma d’altronde Schiele fu profetico:

Prima o poi, dopo la morte, mi porteranno rispetto e ammireranno la mia arte. Sarà proporzionale a quanto mi hanno prima insultato e a quanto hanno disprezzato e rifiutato la mia arte?

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Giuseppe Veneziano, La Madonna del Terzo Reich

Sì caro Egon, oggi la tua arte è apprezzata da tutti ed anzi, le tue opere sono decisamente troppo poche: della tua bellezza ne avremmo voluta ancora un po’.

Ma se nella prima metà del ‘900 le opere d’arte venivano censurate per oltraggio al pudore e alla pubblica morale, dopo la Seconda Guerra Mondiale con la liberazione dei costumi, o presunta tale, venivano censurate quelle che sconfinavano nell’ambito dei tabù: l’iconografia religiosa, in particolar modo cristiana, non è stata risparmiata. Provocare, provocare sempre e comunque provocare. Ovviamente nei regimi totalitari l’arte di opposizione è stata, è e probabilmente sarà costantemente oscurata.

Performance di nudo in università (Kunst & Revolution) punite con l’arresto, crocifissi immersi nell’urina (Piss Christ di Andrés Serrano), Madonne del terzo Reich (Giuseppe Veneziano), papi colpiti da meteoriti e bambini con le mani inchiodate al banco (Maurizio Cattelan), rane crocifisse (Martin Kippenberger), performance pornografiche (Made in heaven di Jeff Koons: l’artista si ritrae insieme alla compagna dell’epoca, Cicciolina) fino ad arrivare all’estrazione di assorbenti interni (Judy Chicago): ecco alcuni soggetti delle opere contemporanee giudicate offensive e quindi rimosse, distrutte, nascoste o contestate.

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Maurizio Cattelan, La nona ora

L’arte del XX secolo si è finalmente liberata da tanti impedimenti che permettevano la vera e autentica libertà d’espressione e ha messo in dubbio tutto ciò che davano per scontato da secoli: ha minato le certezza sulle quali basavano la società e le sue consuetudini. Ecco perché ha dato e tutt’ora può dare fastidio, perché mina le nostre convinzioni.

Certo, rispetto agli anni ’60 il rapporto con la religione, il corpo umano e le figure autoritarie è parecchio cambiato, ma ciò non toglie che vedere un simbolo religioso accostato a dei fluidi corporei umani non provochi in noi una sensazione di disagio o fastidio. La censura dunque non è altro che l’impedimento alla riflessione, la negazione di una certa realtà, il rifiuto del cambiamento.

Ma l’ultimo caso di oscuramento, risale a pochi giorni fa, quando il video Beauty dell’artista Rino Stefano Tagliafierro è stato bloccato da Facebook: nel video vediamo quadri di diverse epoche, principalmente di metà Ottocento, prendere vita. Ci sono ANCHE dei nudi ma non solo. L’artista ha ironicamente risposto sempre tramite il social, coprendo le pudenda di quelle donne ritratte come fece il buon Bragaiolo coi santi dipinti ne Il Giudizio Universale da Michelangelo. Vi inviato alla visione del video: vi trovate forse qualcosa di inopportuno, volgare, pornografico o semplicemente brutto?

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Jeff Koons, Made in Heaven

Mentre in edicola pochi mesi fa è sbarcato il Mein Kampf di Hitler, viene da domandarsi se in questo caso sarebbe più giusto censurare un pensiero tanto distruttivo, ma la risposta è ancora una volta no. Non perché il pensiero nazista vada incoraggiato è diffuso, ma perché deve essere compreso da più persone possibili affinché non si ripeta, deve essere conosciuto e approfondito perché il fatto che più ha segnato il ‘900 non rimanga nei libri di storia e basta.

Pensare, riflettere, meditare e infine mettere in discussione: attività faticose che comportano un cambiamento personale, culturale e sociale. Non tutti sono pronti ad affrontarlo, ma la censura di certo non bloccherà il naturale bisogno umano di mettere in dubbio le proprie certezze.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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