“Arte per legittima difesa”: una retrospettiva su Fabio Mauri alla GAMeC

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“Arte per legittima difesa”: una retrospettiva su Fabio Mauri alla GAMeC

Fabio Mauri – XIII Triennale di Milano, 1968 – photo Elisabetta Catalano – © Eredi Fabio Mauri – Courtesy Studio Fabio Mauri
Fabio Mauri – XIII Triennale di Milano, 1968 – photo Elisabetta Catalano – © Eredi Fabio Mauri – Courtesy Studio Fabio Mauri

Alla GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo è stata recentemente inaugurata una retrospettiva dedicata a Fabio Mauri (Roma, 1926 – 2009), visitabile fino al 15 gennaio 2017, che raccoglie una selezione dei lavori dell’artista relativi a tutto l’arco della sua carriera, dagli anni ’60 ai 2000.
La curatela è del direttore della galleria, Giacinto di Pietrantonio, che divide il percorso espositivo per nuclei tematici, raccontati nello spazio di quattro sale, in cui sono condensati le principali linee di ricerca del maestro della Nuova Avanguardia Italiana, un artista complesso che si è espresso attraverso molteplici modalità espressive, come installazioni, fotografie, performance.

Fuori da ogni sala lo spettatore è introdotto alla fruizione delle opere da un breve scritto: per iniziare, siamo subito avvertiti che l’arte per legittima difesa di Mauri non è pura ricerca estetica o fuga dalla terribile realtà, ma reazione, presa di posizione di un’artista che si propone di dare voce al pensiero critico, in aperta opposizione a quello che era il principale filone culturale del dopoguerra, quello del disimpegno.

Il Muro Occidentale o del Pianto, installazione presentata nel 1993 alla XLV Biennale di Vanezia
Il Muro Occidentale o del Pianto, fotografia dell’installazione presentata nel 1993 alla XLV Biennale di Vanezia

La Storia subito fa irruzione in queste sale, mentre siamo ancora sulla soglia della mostra, e così ci interroghiamo sulla vita di Mauri, che ha vissuto la seconda guerra mondiale e la deportazione degli ebrei che lo hanno portato all’internamento in ospedali psichiatrici; è risorto, maturando una consapevolezza che esprimerà nella sua arte.

Nella prima sala, dedicata alle Grandi Carte (1994) vediamo una serie di fotografie, che sono sia la rappresentazione cristallizzata di installazioni che esse stesse opere. Tra tutte spicca Muro Occidentale o del Pianto (1993), che condensa in sé molte caratteristiche che si ritrovano in tutta la produzione di Mauri, innanzitutto la meta-narrazione: includendo Ebrea (1971) in una delle valige aperte che formano il muro, Mauri riflette come in un cerchio sulla sua opera. Notiamo poi l’ironia, nonostante il carattere di dura denuncia dell’opera, perché delle valige accatastate non sono certo un muro impenetrabile: essa dimostra come un simbolo abbia molta più potenza di una qualsiasi barriera fisica. Infine cogliamo la grande capacità evocativa del tutto, tanto da essere sufficiente la didascalia per dare molti significati all’opera, che è facilmente comprensibile, e l’attualità, perché questo muro occidentale è testimonianza dei ricorsi della storia e grida quasi in faccia all’osservatore il suo valore di monito.

Guardando le date delle didascalie di molte opere si nota che l’artista ha lasciato passare un certo lasso di tempo tra avvenimento e produzione, il tempo necessario a digerire i fatti e esplicitare una posizione critica. Lo stesso vale per Linguaggio è guerra (1974), un’opera che affronta il tema della libertà d’espressione: qui è proposta come enorme installazione – era in origine un libro -, composta da oltre cento immagini fotografiche sulle guerre del Novecento, tratte da riviste inglesi e tedesche. Su ogni fotografia Mauri ha apposto un timbro con la scritta Language is war: per lui la realtà intera è una forma di linguaggio e viceversa, anche le foto, con i messaggi che comunicano e i fatti che rappresentano lo sono; i linguaggi maligni esprimono ideologie maligne e l’unico modo con cui possiamo resistere è opponendo un linguaggio critico, diretta emanazione della riflessione dell’artista sulla realtà.

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Cina ASIA Nuova, 1996

Completano questo percorso ideale gli Oggetti ariani (1994), ovvero oggetti d’uso comune su cui è presente la scritta ariano, appunto, e che a prima vista non presentano alcun giudizio morale. Ma è proprio rappresentare la quotidianità di un ariano che crea un forte effetto straniante: non c’è niente di diverso tra un estintore ariano, un servo muto ariano e gli equivalenti ebrei, o no? Ecco che questi oggetti sono il racconto visuale perfetto della Banalità del male di Hannah Arendt: è la denuncia di chi ha scelto il quieto vivere, di continuare la propria esistenza sotto la comoda etichetta di ariano chiudendo gli occhi su quello che stava succedendo.

Fabio Mauri ci parla da un passato recente, ma con una forza e una chiarezza di intenti che hanno grande risonanza anche oggi; la sua dirittura etica, l’attenzione per l’analisi critica del mondo, insieme a una notevole sensibilità estetica sono un lascito che traspaiono pienamente dalle sue opere e da questa mostra.

Chiara Buratti per MIfacciodiCultura

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